Giuseppe Uragano
( 1 9 1 9 - 2 0 0 4 )
Il
Era nato
il
Della
sua infanzia soleva ricordare: “Da ragazzino, oltre allo studio, mi piaceva crear
qualcosa con l’argilla o con delle pietre per fare delle figure umane o di animali” (2).
A scuola
“lo stimolavano a continuare gli studi artistici, ma la povertà” della famiglia
non glielo permise.
Chiamato
alle armi, entrò nell’Aeronautica e durante la seconda guerra mondiale venne inviato in Libia.
A
seguito di un incidente aereo in Tunisia fu l’unico delle sei persone a bordo a
rimanere in vita. Venne fatto prigioniero e, dopo la
guarigione dalle ferite riportate, fu condotto in vari campi di concentramento
fino a quello di Boston, negli Stati Uniti.
Così
egli scrive: “Nell’aprile del ’44 mi fu testimoniato di Cristo, ma resistetti strenuamente
ad accogliere nel mio cuore il messaggio della salvezza (…).
Un… uomo
anziano e saggio, quantunque analfabeta, mi parlava con modi amorevoli di
Cristo Gesù il Salvatore…
Accettai
per la sua premurosa gentilezza una copia del Vangelo di San Giovanni che comincia a leggere e più leggevo, più mi interessavo.
Quella
notte non prendevo sonno e pensavo che fosse a causa di quel Vangelino, tanto che stavo decidendo di buttarlo nella
stufa: ma in quel momento… un fremito così forte mi pervase... e cominciai a
gridare: “Signore, pietà di me.”
Altri
prigionieri “subito furono attorno a me” ed infine “sentii che qualcuno, un
capitano medico mi stringeva a sé”.
Quell’ufficiale,
un “evangelico pentecostale della chiesa di Boston”, mi spiegò le ragioni di
quell’esperienza.
Il
Signore aveva operato in lui e “per prima cosa”, dopo la conversione a Cristo, così
egli si esprime: “Sentii che dovevo restituire al
vescovo di Boston duecento grammi d’oro che avevo trafugato nella fabbricazione
del suo crocefisso” (3).
Tornato in patria nel 1945, Giuseppe cominciò ad evangelizzare nel suo
paese natio, Sommatino, dove incontrò la
persecuzione, ma fu benedetto dal Signore e fondò una comunità.
Animato
da grande fervore, diffuse l’Evangelo nei Comuni
vicini, finché per ragioni di lavoro si trasferì a Bari.
Qui
testimoniò col battesimo in acqua e poco dopo il Signore lo battezzò nello
Spirito Santo.
In
quella città incontrò una giovane credente, Carmelina
Fasano, si unirono in matrimonio, poi insieme tornarono in Sicilia.
Nel 1951
Vincenzo Burchieri, un credente di origine
siciliana, che aveva trascorso moltissimi anni in America, tornò con l’intento
di testimoniare a San Cataldo, dove era nato, e nella
provincia di Caltanissetta.
Questi
era un cristiano con una grande visione ed un grande
amore per l’evangelizzazione e l’Opera di Dio in generale. Infatti,
fu tra i sostenitori della Scuola Biblica in Italia.
Aveva
testimoniato a San Cataldo e si era formato un gruppo
di credenti, chiese allora a Giuseppe Uragano di
trasferirsi in quel Comune dove aveva anche costruito un locale di culto.
L’attività
spirituale di Giuseppe aumentò e raggiunse i comuni di Caltanissetta e della
provincia, S. Caterina Villarmosa,
Resuttano, Serradifalco, nonché Barrafranca e Pietraperzia, in provincia di Enna: “Gesù salvava, guariva,
… tutti coloro che credevano”.
In
seguito gli furono affidate le comunità di Riesi, Niscemi e Mazzarino.
Nel 1967
fu invitato da Francesco Giancaspero a trasferirsi
nel Salento per svolgere una vasta opera di evangelizzazione. Anche qui,
nella provincia di Lecce, sono sorte delle comunità a Castrignano
del Capo, Felline, Gallipoli, Marciano di Leuca, Tricase, Tuglie e Ugento.
Giuseppe
Uragano era un uomo semplice, con un animo sensibile, un cuore ardente,
disposto a servire il Signore senza preoccuparsi delle difficoltà, coadiuvato
dalla sua amabile consorte e dai suoi figli.
Ora ha “finito la
corsa” ha “conservata
la fede”, ha “combattuto il buon combattimento”.
Gli “è riservata la corona della
giustizia” (4), ma ha lasciato tra tutti coloro che l’hanno conosciuto e quanti
sono stati edificati dal suo ministerio, un ricordo di fede, di fervore e di perseveranza.
Alla
sorella Uragano ed ai figli giungano i sensi della nostra solidarietà fraterna e
l’assicurazione delle nostre preghiere.
Francesco Toppi
Tratto
da «RISVEGLIO PENTECOSTALE»
dicembre 2004