Giorgio Müller

(la vita narrata da Arthur Pierson)

 

 

Una vita umana piena della presenza e della potenza di Dio è un dono meraviglioso per la Chiesa e per il mondo.

Le cose invisibili ed eterne sembrano, alla mente umana, lontane e indistinte, mentre ciò che si vede ed è temporale appare vivido e reale. Praticamente ogni oggetto in natura, che può essere veduto e toccato, è più reale e presente alla maggior parte degli uomini del Dio vivente. Ma chi cammina con Dio e trova in Lui un aiuto in ogni suo bisogno, chi pone mente alle Sue promesse e le trova vere per personale esperienza; chi, con la chiave della fede, schiude i tesori di Dio, dà una dimostrazione che “Egli è, ed è il rimuneratore di coloro che lo cercano”.

Giorgio Müller fu un esempio vivente di tutto questo.

Uomo di passioni pari alle nostre e tentato in ogni momento come noi, aveva però fede in Dio e pregava di poter nella sua vita compiere un’opera che fosse una prova convincente che Dio ascolta la preghiera di chi si confida in Lui in ogni tempo. Come Enoc, egli camminò veramente con Dio, ed ebbe larga prova che egli piaceva a Dio. Quando ci fu detto che Giorgio Müller “non era più” noi sapevamo che “Dio lo aveva preso: ci parve più un rapimento che una morte”.

Per coloro che conoscevano la sua lunga storia e più ancora per coloro che lo conoscevano intimamente e sentivano la potenza di un personale contatto con lui, egli era uno dei più compiuti santi di Dio; era altresì la prova evidente che una vita di fede è possibile; che Dio può essere conosciuto, trovato; e che si può aver comunione con Lui, tanto da sentirlo compagno nella vita di ogni giorno.

Giorgio Müller provò a se stesso e a tutti coloro che sono disposti a credere alla parola di Dio ed a sottoporre il loro io alla Sua volontà, che Egli è lo stesso ieri, oggi ed in eterno; che i tempi del divino intervento e della liberazione non esistono più soltanto per coloro che ritengono che la fede e l’obbedienza siano ormai sorpassate. La preghiera fatta con fede opera tuttora le meraviglie che i nostri padri ebbero a raccontare in altri tempi.

 

Un vecchio amico del signor Müller, il signor E. C. Chapman di Barnstaple, diceva molto bene: “quando il compito principale di un uomo è di servire e piacere al Signore, tutte le circostanze gli sono asservite”; e questa massima la vediamo avverarsi nella vita a nell’opera di G. Müller.

La vita di quest’uomo può esser divisa in determinati periodi, contrassegnati dagli eventi e dalle esperienze più importanti, come pietre miliari del suo cammino.
 

1. Dalla nascita alla conversione: 1805-1821

2. Dalla conversione alla sua piena entrata nella vita operosa: 1825-1835.

3. Da questi anni al periodo dei suoi viaggi missionari: 1835-1875.

4. Dal principio alfa fine di questi viaggi: 1875-1892.

5. Dalla fine dei viaggi alla sua morte: 1892-1898.

 

1.    Il primo periodo è quello dei giorni trascorsi nel peccato, durante il quale la grande lezione imparata è l’amarezza e l’inutilità di una vita dissipata nella disubbidienza,

2.    Nel secondo periodo vediamo tracciati i rimarchevoli passi di preparazione per la grande opera della sua vita.

3.    Il terzo periodo abbraccia la sua opera secondo la divina missione che gli fu affidata.

4.    Quindi, durante diciassette o diciotto anni, lo troviamo intento a recare in ogni parte della terra la sua testimonianza.

5.    Gli ultimi sei anni della sua vita furono trascorsi in solitudine. Anni di benedizione, durante i quali egli sentì maggiormente il bisogno di appoggiarsi al Signore, di essere ancora più intimamente con Lui, pensoso di tutte le cose celesti, cosicché coloro i quali avevano contatto con lui potevano dire che la bellezza del Signore era sopra lui (Salmo 90:17).

 

Il primo periodo può essere rapidamente percorso, poiché comprende solo gli anni perduti in una gioventù peccaminosa e depravata. Esso serve però soprattutto a mostrare la sovranità di quella grazia che abbonda proprio dove maggiore è il peccato, Quel primo ventennio non si può chiamare di evoluzione, ma di una rivoluzione evidente e completa.

San Paolo, nella sua conversione, aveva a suo favore almeno una coscienza, per quanto mal guidata, e una moralità, sia pure farisaica.

Giorgio Müller era solo un grande peccatore e quel primo periodo della sua vita fu una rivolta, non solo verso Dio, ma anche contro il suo proprio senso morale.

Egli era nato in Prussia, a Kroppenstadt, presso Halbersradt, il 27settembre 1805.

Circa cinque anni dopo, i suoi genitori si trasferirono a Heimerleben, poche miglia distante, dove suo padre divenne esattore delle imposte indirette; undici anni dopo si stabilirono a Schoenenbeck, presso Magdeburgo, dove egli aveva ottenuto un altro impiego. 

Giorgio Müller non ebbe una buona educazione: il padre con troppa leggerezza pose nelle mani dei figli il denaro, con la speranza che avrebbero imparato per tempo ad usarlo e risparmiarlo; fu un errore gravissimo, sorgente di molti peccati. Chiamati a rendere conto delle loro spese i due fratelli incominciarono a mentire per nascondere la loro prodigalità. Giorgio giunse perfino a falsare, sia le somme ricevute, sia quelle spese. Le punizioni che ne seguivano invece di condurlo ad emendarsi, gli facevano trovare mezzi ancor più ingegnosi per frodare. Come il ragazzo spartano, Giorgio reputava non essere un fallo il rubare, ma il non saperlo nascondere.

Nemmeno i fondi del governo affidati a suo padre furono da lui rispettati.

Il padre, avutone il sospetto, gli tese un laccio: contò con cura una certa somma di biglietti e la pose in un luogo dove Giorgio poteva facilmente trovarla. Questi la prese e la nascose in una scarpa, sotto il piede. Ma frugato e trovato il denaro, divenne chiaro che proprio a lui si doveva la mancanza già constatata di varie somme.

 
Suo padre intendeva farlo studiare perché divenisse un ministro del Signore.

Sembra perfino impossibile che un padre, conoscendo l’immoralità e la disonestà di quel suo figliolo appena undicenne, concepisse il disegno di destinano al ministero.

Ma dove esiste una Chiesa di Stato, il ministero dell’Evangelo diviene spesso una qualsiasi professione umana, invece di una vocazione divina; lo scopo è quello di assicurarsi un mezzo di vita, indipendentemente dal fatto che quella vita sta santa.


Fu mandato alla scuola classica di Halberstadt e questo fu un altro disastro: il ragazzo interrompeva gli studi per leggere romanzi e seguire viziose abitudini. Il giuoco delle carte, le bevande alcoliche lo portarono molto in basso.

La notte in cui sua madre moriva, egli vacillava ubriaco nelle vie. Neppure la morte di lei riuscì ad arrestare il corso di quella vita sregolata o a risvegliare la sua coscienza.

 

E come accade spesso quando un avvenimento solenne non riesce a produrre un radicale cambiamento, egli discese ancora più in basso.

All’età della confermazione egli dovette frequentare i corsi per l’insegnamento religioso, ma essendo questa per lui una pura formalità, intrapresa con noncuranza, ne derivò un altro passo falso.

Le cose sacre erano trattate da lui come cose comuni a la sua coscienza s’indurì ancor di più. Alla vigilia della sua confermazione e del suo primo avvicinarsi alla Tavola del Signore, egli si rese colpevole di gravi peccati e compì un’altra vergognosa frode, ritenendo per sé undici dodicesimi della tassa di confermazione, che suo padre gli aveva consegnata.

In tale stato di mente e con tale abito di vita, Giorgio Müller alla Pasqua del 1820 fu confermato e divenne comunicante.

Confermato! Si, ma nel peccato; non solamente immorale, ma così ignorante delle basi dell’Evangelo, che non avrebbe potuto esporre a un’anima bisognosa i più semplici principi del divino piano della salvezza.

Non tutto però fu perduto.

La solennità di quella serie di sacre testimonianze, lasciò nel giovanetto una fugace impressione ed un vago desiderio di vita migliore.

Purtroppo però non c’era in lui un vero senso di peccato o di pentimento, né alcun sentimento di dipendenza da una forza superiore; e, mancando queste cose, naturalmente la sua vita tornò ad essere quella di prima

La sua adolescenza non è che una lunga storia di cattive azioni e del dolore che seminavano intorno.

Una volta, quando ebbe speso scioccamente il suo denaro, la fame lo spinse a rubare del pane a un soldato, suo compagno di camera e ricordando qualche tempo dopo quell’ora, egli esclamava: “Che cosa amara è servire Satana in questo mondo!
Quando suo padre si trasferì a Schoenenbeck, nel 1821, Giorgio chiese d’esser mandato alla scuola della cattedrale di Magdeburgo, sperando di sottrarsi ai lacci del peccato ed alle viziose compagnie, e di trovare aiuto, in un nuovo ambiente, per la correzione di se stesso.

C’erano dei richiami occasionali nella sua coscienza ad una vita migliore, ma Dio non era ancora in tutti i suoi pensieri.

Dovette accorgersi che lasciare un luogo per un altro non significava lasciare indietro il peccato: egli portava con sé ciò che egli era.

Nel novembre 1821 andò a Brunswick. Durante questa assenza da casa discese, gradino dopo gradino, tutta la scala dell’abiezione. Sprecò il denaro di suo padre in un costoso albergo, quindi si recò presso un suo zio, il quale fu costretto, dopo breve tempo, a mandano via.

Di nuovo fece vita dispendiosa e gaudente in un sontuoso albergo e non avendo di che saldare il grosso conto, dovette lasciare in pegno i suoi abiti migliori.

Ritentò lo stesso espediente a Wolfenbuettel, ma non avendo più nulla, da lasciare in deposito, fuggì.

Fu arrestato e messo in prigione.

...e non aveva che sedici anni!

Gli fu dato per compagno di cella un ladro.

I due ebbero modo di raccontarsi le loro avventure.

Il giovane Müller per non esser da meno del compagno, inventava false storie pur di apparire il più ribaldo dei due.

Dieci o dodici giorni trascorsero in quella miserabile compagnia, finché il disaccordo produsse fra loro un tetro silenzio.

Passarono ancora altri dodici giorni!

Il padre fu informato della disavventura a mandò soldi per pagare il debito all’albergo e per le altre spese di polizia. 

Ma a Giorgio la lezione non era bastata: nel recarsi dalla prigione a casa scelse per compagno di viaggio un noto delinquente.

Fu severamente castigato dal padre e sentì che gli sarebbe stato molto difficile rientrare nelle sue grazie.

 
Si mise a studiare intensamente, dando anche lezioni di matematica, tedesco, francese a latino.

Questa riforma esteriore piacque talmente al padre che in breve perdonò al figlio le sue azioni empie. Ma solo l’esterno della coppa era stato nettato: il cuore era ancora disperatamente malvagio e la sua vita interiore, quale solo Dio vedeva, era una abominazione,
Non passò molto tempo che Giorgio incominciò a sfoggiare ciò che più tardi chiamò un’intera catena di bugie.

Doveva andare a Halle, città universitaria, per esservi esaminato; si recò invece a Nordbausen per sentirsi più libero, fra persone sconosciute, mentre a Halle avrebbe avuto a che fare con giovani di sua conoscenza, studenti all’Università e provvisti di maggiori mezzi di lui. Ma ritornato a casa non gli riuscì di nascondere la frode e dovette giustificare con una serie di bugie la sua disubbidienza.

Suo padre, benché contrariato, gli permise di ritornare a Nordhausen. dove Giorgio rimase dall’ottobre 1822 alla Pasqua del 1825.

Durante quei due anni e mezzo, studiò i classici, il francese, la storia, vivendo col direttore del Ginnasio. La sua condotta migliorò tanto che veniva presentato come esempio ad altri giovani; gli fu accordato di accompagnare il maestro nelle sue passeggiate e che conversare con lui in latino. Durante quel tempo era un robusto giovane che si alzava alle quattro e si applicava allo studio fino alle dieci di sera.
Però, per sua propria confessione, dietro a quella pulizia morale esteriore si nascondeva il peccato e la totale alienazione da Dio.

I suoi vizi generarono una malattia che per quattordici settimane lo isolò in camera.
Conosceva ed apprezzava Cicerone, Orazio, Molière e Voltaire, non disprezzava gli scrittori religiosi, come Klopstock di cui aveva letto le opere, ma non si curava di ricercare la verità direttamente dalla parola di Dio ed era totalmente ignorante delle Sacre Scritture.


Due volte all’anno, secondo il costume in uso, s’accostava alla tavola del Signore, come gli altri che avevano ricevuta la confermazione. Quando il pane a il vino consacrati toccavano le sue labbra, faceva talvolta un voto di rinascita e per qualche giorno si tratteneva da peccati visibili; ma non v’era in lui vita spirituale che agisse come forza interiore e i suoi voti erano tosto dimenticati, li vecchio satana era troppo forte per il giovane Müller, e quando si ridestavano le passioni della sua cattiva natura esse avevano il sopravvento sulle nuove risoluzioni e i buoni propositi.

 

Difficilmente si giunge a credere che quel giovane ventenne potesse mentire senza arrossire e con un’aria di perfetto candore.

Quando la dissipazione lo trascinava nel fango dei debiti, ricorreva di nuovo ad ogni sorta di ingegnosi espedienti.

Per riuscire nell’inganno studiava la parte come un attore.

Una volta, dopo aver forzata la serratura di una valigia e dell’astuccio della chitarra, corse nella camera del direttore, vestito solo a metà, e, fingendo paura, dichiarò di esser vittima di un furto. Gli amici, impietositi, fecero una celletta per coprire in parte la supposta perdita. Però, in seguito, ebbero il sospetto che egli avesse giocato di furberia e tutti, compagni e superiori, gli tolsero ogni fiducia. E benché nemmeno in questo caso provasse un sentimento di peccato, tuttavia la vergogna d’essere stato scoperto in tale meschinità lo condusse ad evitare da quel momento di incontrarsi con la moglie del direttore, che lo aveva curato nella sua lunga malattia come una madre.

 
Tale era il giovane che non solo fu ammesso all’onorata posizione di studente d’università, ma anche accettato come candidato ai sacri ordini, con permesso di predicare nella Chiesa Luterana.

Quello studente in teologia non conosceva nulla del Salvatore ed era ignorante perfino del piano evangelico della salvezza per grazia. Egli sentiva il bisogno di una vita migliore, ma nessun motivo di fede lo animava. Per lui, il cambiare vita era una questione puramente di opportunità: continuando nella dissipazione, si sarebbe fatta una tale fama che nessuna parrocchia lo avrebbe voluto come pastore. E per ottenere una cura di qualche valore e con essa una buona prebenda, egli doveva acquistarsi titoli in teologia, superare bene gli esami, e avere una reputazione per lo meno decente.

Una convenienza puramente mondana lo spingeva, da un lato ad applicarsi ai suoi studi, e dall’altro a cambiare vita.

Ma fu una nuova disfatta, poiché non aveva mai trovata la sorgente segreta della forza, Era appena entrato in Halle che i suoi propositi si mostrarono fragili come tela di ragno. Evitava le risse, i duelli, perché tali cose avrebbero compromesso la sua libertà, ma ritornò a spendere con facilità, a far debiti, per poi correre a chiedere prestiti, finché nessuno più gliene concesse ed allora egli impegnò orologio e abiti.
Non poteva essere che un miserabile: la convenienza gli suggeriva ad alta voce di abbandonare la via malvagia, ma la coscienza non si era ancora risvegliata in lui.
Si decise infine a scegliersi per amico un giovane che era già stato suo compagno di scuola, Beta di nome, la cui tranquilla serietà, egli sperava, avrebbe bene influito sulla sua condotta. Ma si appoggiava ad una canna rotta: Beta era egli stesso un apostata.
Cadde di nuovo infermo.

Guarito, la sua condotta presentò una sembianza di emendamento. Ma mancava la vera molla di tutte le vite ben regolate e il peccato non mancò di presentarsi ancora.
Impegnato tutto ciò che gli rimaneva, insieme con Beta ed altri due scioperati, si propose di fare un giro sulle Alpi. Mancava il denaro, mancavano i passaporti, ma la facilità d’inventare superò tali barriere. Lettere contraffatte dei loro genitori, permisero alla brigata di ottenere i passaporti; i libri impegnati procurarono il denaro. Furono quarantatre giorni di viaggio, per lo più a piedi, e durante quel tempo Giorgio, tenendo come Giuda la borsa comune, fu altrettanto ladro e riuscì a far pagare ai compagni un terzo delle proprie spese.

La comitiva era di ritorno a Halle prima della fine di settembre; Giorgio si recò a casa a passare il rimanente delle vacanze.

Per rendere conto a suo padre dell’uso fatto del consueto assegno, foggiò una nuova catena di bugie. Così tutti i buoni propositi andarono in fumo.

Quando fu di ritorno a Halle era ben lontano dal pensare che era giunto il tempo di divenire una nuova creatura in Gesù Cristo. Egli doveva trovarLo e quella scoperta doveva incamminare diversamente l’intero corso della sua vita.

 
Il peccato e la miseria di quei venti anni non sarebbero stati, sebbene con riluttanza, raccontati, se non nell’intento di mettere maggiormente in luce la sua conversione: opera soprannaturale, inesplicabile, se non vi si riconosce la mano di Dio. Non c’era certamente in lui nulla che potesse produrre tale risultato, come nulla in ciò che lo attorniava.

In quella città universitaria non esistevano forze spirituali atte a preparare un’evoluzione quale egli subì.

Vi si trovavano milleduecentosessanta studenti e novecento di essi erano studenti in teologia; eppure di questi ultimi, sebbene avessero il permesso di predicare, nemmeno la centesima parte, scrisse egli, “temeva il Signore”. Il formalismo aveva del tutto rimossa la pura religione. Per molti di loro l’immoralità e l’infedeltà erano nascoste sotto un manto di professione religiosa.

Certamente un giovane, come Giorgio Müller, con tali dementi che lo circondavano, non poteva subire un cambiamento radicale di carattere e di vita senza l’intervento di qualche potenza dal di fuori e dall’alto. Quale sia stata quella forza e come abbia operato su lui e in lui è ciò che vedremo.



T



Dopo la lunga notte perduta nel peccato, cominciò ad albeggiare nella sua anima la luce, come quella del sole sulla terra. 

Dopo un ventennio di misfatti, Giorgio Müller fu convertito a Dio e la natura radicale del mutamento prova meravigliosamente e spiega la sovranità della Grazia Onnipotente.
Egli era stato fin qui avvolto dalle forze del peccato; pericoli, malattie, tutto era stato superato, perché i propositi divini di misericordia dovevano compiersi in lui.
Non è possibile spiegare la conversione di Giorgio Müller, senza riconoscere l’opera di Dio. Essa avvenne in un tempo in cui il giovane era, per quant’è possibile, indifferente ai problemi religiosi; non aveva più aperto una Bibbia da anni, anzi, non ne possedeva nemmeno una copia; non assisteva ad alcun servizio di culto; non gli era mai stato detto da un credente che cosa significa credere nel Signor Gesù Cristo, vivere con l’aiuto di Dio e secondo la Sua parola; non aveva alcun concetto dei principi della dottrina di Cristo e nessuna idea della vera natura di una vita santa e pensava che tutti fossero come lui, in un grado maggiore o minore di iniquità.


Quel giovanotto era divenuto maturo senza avere imparata la verità fondamentale che i peccatori differiscono dai santi non già in misura, ma in specie; che se un uomo è in Cristo, egli è una nuova creatura.

Nonostante ciò il suo duro cuore fu visitato dallo Spirito Santo e subito fu trasportato in una nuova sfera di vita, con nuovi desideri, nuovi bisogni adatti a questa nuova atmosfera.
La mano di Dio, in questa storia, è doppiamente evidente, in quando, guardando indietro, comprendiamo che questo è stato un periodo di preparazione; una misteriosa preparazione, inconsapevole della futura opera alla quale sarebbe stato chiamato.

 

Per dieci anni assisteremo al lavoro del Divino Vasaio, per il quale Giorgio Müller fu il vaso d’elezione, che sarà formato e reso atto all’uso a cui era destinato.

Ogni passo sarà un passo di preparazione, ma questo si comprenderà solo alla luce che la sua vita futura getta sul suo ministero, del tutto speciale, verso la Chiesa e verso il mondo.

Per questo ministero il nuovo convertito era a sua insaputa santificato e a questo si sarebbe particolarmente consacrato.

 
Un sabato, verso la metà del novembre 1825, Beta disse a Müller, al ritorno da una passeggiata, che quella sera sarebbe andato ad una riunione di credenti in una casa privata, ove aveva l’abitudine di recarsi ogni sabato e dove alcuni amici s’incontravano per cantare, pregare, leggere la parola di Dio e un sermone stampato.

Tale programma non conteneva niente che potesse attirare un giovane mondano, il quale cercava come premio a chiusura della sua giornata il giuoco, il vino, la danza e il teatro, in compagnia dei giovani più dissipati della società.

Eppure Giorgio Müller sentì subito il desiderio di andare a quella adunanza, sebbene senza comprenderne il perché.

V’era senza dubbio in lui un vuoto che non era mai stato riempito e una voce interna sembrava dirgli che là avrebbe trovato ciò di cui sentiva bisogno per la sua anima; affamata di qualcosa per cui aveva, ciecamente e inconsciamente, lottato fino allora. Espresse il desiderio di andarvi; l’amico esitava per timore che Giorgio, gaio ed irrequieto, abituato ai piaceri viziosi, non si trovasse a suo agio nell’assemblea. Tuttavia si recò a prendere il giovane Müller e lo condusse seco. 
Durante gli smarrimenti, come apostata, Beta aveva non solo tenuto compagnia, ma anche aiutato Giorgio Müller nelle sue dissolutezze; ma al ritorno dal viaggio in Svizzera, il senso del peccato s’era talmente risvegliato in lui da condurlo a farne confessione a suo padre.

Per mezzo di un amico cristiano fece conoscenza col signor Wagner, in casa del quale si tenevano le riunioni.

I due giovani andarono dunque insieme e Beta fu usato da Dio per «convertire un peccatore dall’errore della sua via, per salvare un’anima da morte e coprire moltitudini di peccati » (Giacomo 5:20).

 

Quel sabato sera fu il punto di partenza per l’evoluzione della storia e dei destini di Müller.

Egli si trovò in una strana compagnia, fra nuovi elementi dove spirava una nuova atmosfera.

Incerto di essere bene accolto, sentì il bisogno di scusarsi per la sua venuta, il fratello Wagner gentilmente gli rispose: “Venite quanto vi piace; casa e cuore sono aperti per voi”.  

Müller non sapeva allora ciò che più tardi imparò per esperienza: quale gioia riempia e faccia vibrare i cuori dei santi che pregano, quando un uomo malvagio volge il suo piede, sia pure timidamente, verso un luogo di preghiera.

 

Tutti i presenti erano seduti e cantarono un inno; quindi un fratello, che più tardi andò missionario in Africa per la Società Missionaria di Londra,  pregò in ginocchio, domandando la benedizione di Dio sulla adunanza.

Quella preghiera in ginocchio davanti a Dio fece su Müller un’impressione mai più dimenticata. Egli aveva allora ventuno anni, eppure non aveva mai visto prima d’allora alcuno pregare in ginocchio e, normalmente, non aveva mai, lui stesso, provato ad inginocchiarsi davanti a Dio, in Prussia l’uso è di pregare, pubblicamente, in piedi.
Fu letto un capitolo della Parola di Dio e un sermone scritto (in quel tempo in Prussia si consideravano come irregolari, e perciò proibite, tutte le riunioni che non fossero presiedute da un ministro titolato). 

Dopo un altro inno, quando il padrone di casa pregò, Giorgio Müller disse fra sé: “Io sono molto più istruito di costui, ma non saprei pregare come lui”.
Strano a dirsi: nel suo cuore si faceva strada una nuova gioia, della quale non sapeva rendersi ragione, come pure gli era inesplicabile lo strano desiderio che l’aveva sospinto a recarsi a quell’adunanza.

Nel far ritorno a casa, non poté trattenersi di dire a Beta: “Tutto ciò che abbiamo veduto nel nostro viaggio in Svizzera, e tutti i nostri passati divertimenti, sono nulla in paragone a questa serata”.

Egli non ricordò più se nel rientrare nella sua stanza, quella sera si inginocchiò o no per pregare, ma ciò che non dimenticò mai fu la nuova pace e la strana quiete dell’anima che l’occuparono durante quella notte. Erano forse le ali di Dio che lo coprivano, dopo il suo vano errare lungi dal vero nido, dove la divina Aquila apre le ali protettive?
Quanto le vie del Signore sono sovrane nell’operare!

 

Per un peccatore come Müller i teologi avrebbero richiesto un lungo lavoro della “legge” per introdurlo in una nuova vita, sebbene a quel tempo vi fosse tanto poca profondità di convinzione di colpa e condanna, quanto di profonda conoscenza di Dio: e certamente vi era poco di quest’ultima, perché v’era poco della prima.
Gli occhi di Giorgio Müller non erano che a metà aperti, come se vedesse gli uomini simili ad alberi in movimento; ma Cristo aveva toccato quegli occhi. Un lembo della Sua veste di grazia l’aveva sfiorato ed una virtù sanatrice era uscita da Lui.
 

Quel sabato sera del novembre 1825, Giorgio Müller si trovò di fronte a due strade opposte: doveva scegliere. Ma in quella riunione egli aveva gustato quanto il Signore è buono e quantunque non sapesse rendersi conto di quel nuovo desiderio per le cose di Dio, che gli faceva sembrare troppo lunga l’attesa di una settimana, per tre volte, prima del sabato ricorse al fratello Wagner per esaminare, con l’aiuto di altri fratelli, le Scritture.


Perderemmo una delle principali lezioni della storia di questa vita, esaminando troppo in fretta un evento quale è questa conversione ed il modo con cui ebbe luogo: proprio in questo vediamo il grande passo divino preparatorio per l’operaio che dovrà compiere l’opera.

Nulla è più meraviglioso dei segni a delle prove evidenti di pre-adattazione.

Le circostanze della nostra vita non sono fatti disgiunti, frammenti sparsi, sconnessi, accidentali.

Nel libro di Dio tutti quegli eventi erano scritti in precedenza, per essere svolti successivamente nella storia, come sta scritto nel Salmo 139:16.

Poniamo mente ad un esempio pratico: per erigere un edificio vengono portati sul posto pietre da cave diverse, travi da vari magazzini, operai che hanno lavorato in tempi e luoghi diversi, senza contatto fra loro, ma una sola mente direttiva mette in opera il piano predisposto, riunisce, coordina la mirabile costruzione si compie.

Così fu per Giorgio Müller.

I materiali, destinati a riunirsi in una sola struttura, provenivano da mille parti, ma Colui la cui mente abbraccia i secoli, aveva un supremo scopo, al quale tutti gli agenti umani portavano il loro contributo.

La mano di Dio lavorava ad edificare, con tutti quegli eventi, apparentemente sconnessi e discordi, con tutte quelle varie esperienze, la Sua opera meravigliosa.

Dov’è il passo iniziale nella storia spirituale di Giorgio Müller?

In una piccola riunione di credenti, dove per la prima volta egli vide un figliolo di Dio pregare in ginocchio e dove provò per la prima volta ciò che significa appressarsi ad un Dio, Padre misericordioso.

 
Qui è opportuno aprire una parentesi per mettere fin da ora in luce la particolare opera di Giorgio Müller, che può essere identificata con un ritorno all’uso dei primi apostoli, i quali si riunivano nella casa di Maria, madre di Giovanni Marco, e pregavano, leggevano e spiegavano la Parola. 

Queste assemblee, all’inizio erano solo per i credenti, poi se ne allargò l’uso e vennero tenute in qualsiasi luogo conveniente, senza obbligo di edifici consacrati.
Giorgio Müller riportò il culto a questa forma semplice, più vicina all’Evangelo e tali assemblee divennero così collegate all’intera vita e testimonianza di lui, da essere inseparabili dal suo nome. 

Le opinioni di Müller intorno alla vita di chiesa formano una pane importante perché contribuirono a formare la storia delle chiese libere.

Dappertutto, attraverso il mondo, ebbe interviste con pochi o con molti, ma sempre imprimeva le sue convinzioni intorno ai segreti vitali di un servizio efficace.
La sua testimonianza era sempre la stessa.

 

Una vera conversione; un uomo non veramente convertito da Dio e non sicuro del mutamento che si è prodotto in lui, non è atto a convertire gli altri.

 
Conoscenza personale del Signor Gesù: si deve sentire il Signore avvicinarsi a noi e conoscere la gioia e la forza che si trova nella nostra vicinanza a Lui.


Crescere della felicità e dell’amore: non è possibile porre limiti all’esperienza di un credente che si è interamente abbandonato a Dio e si diletta della Sua Parola. Colui che vuol nutrire altre anime deve con cura provvedere al proprio nutrimento spirituale; una lettura giornaliera delle Scritture e molta preghiera specialmente nelle prime ore mattutine, erano da Müller fortemente raccomandate.


La santità deve essere ti supremo punto di mira; pronta obbedienza ad ogni verità conosciuta; occhio puro nel servire Dio; zelo perla Sua gloria.


Il messaggio deve venire da Dio, perché sia potente. Presentandovi per il vostro ministero, rivolgetevi a Dio e non siate soddisfatti finché il vostro cuore non è in riposo. Scelto il testo pregate e meditatelo. Compiuto il servizio pregate perché il vostro messaggio sia benedetto.


Fu in una di queste assemblee che la sera prima della sua morte, egli propose l’ultimo inno e fece l’ultima preghiera in pubblico. Oltre a ciò la preghiera in ginocchio, sia in segreto, sia in compagnia di credenti fu d’allora in poi il grande segreto della sua santa vita e del suo santo servizio.

Sopra questa pietra angolare della preghiera doveva essere edificata tutta l’opera della sua vita.

I soldati indigeni, dopo l’ammutinamento di Lucknow, usavano dire di Sir Lawrence: “Quando egli guardava due volte il cielo e una volta a terra, ed aveva passato la mano sulla barba, sapeva ciò che doveva fare”. 

...e di Giorgio Müller, per più di settant’anni, si poté dire che guardava verso il cielo per conoscere come agire.

La preghiera per cercare la divina guida in ogni difficoltà, grande o piccola, fu il segreto della sua carriera.

Naturalmente doveva per lo meno cominciare fin dalla sua conversione a vivere una vita migliore.

Un uomo, che era stato così dissoluto e prodigo, non poteva abbandonare ad un tratto le vecchie abitudini peccaminose, poiché una trasformazione totale richiede una più profonda conoscenza della Parola a della volontà di Dio. Ma dentro di lui una potenza nuova era all’opera. Egli provò fin d’allora un disgusto per i piaceri iniqui e per i compagni di prima; cessò di andare nelle osterie e quando la vecchia abitudine di mentire stava per riprenderlo, sentiva la lingua come legata e controllava ogni parola che stava per pronunziare.

 
In quel tempo stava traducendo in tedesco, per la stampa, un romanzo francese; il profitto era destinato ad una gita a Parigi.

Cominciò a mettere da parte l’idea del viaggio, poi sorse in lui un dubbio: doveva o no terminare quel lavoro?

Lo terminò, ma non lo dette mai alle stampe.

Un impedimento dietro l’altro ritardò l’acquisto del manoscritto da parte di un editore e quindi la sua pubblicazione, fino a che Giorgio Müller, con una più chiara visione spirituale, s’accorse che il romanzo non avrebbe portato alcun bene al lettore, ma anzi poteva influenzarlo e spingerlo su una via di peccato.

Non volle più venderlo e coraggiosamente lo bruciò.

Così il suo primo atta di rinnegamento di se stesso e di sottomissione alla voce dello Spirito fu un’altra pietra miliare sul suo cammino.

A questo punto cominciò, in varie direzioni, a combattere il buon combattimento contro il male.

Ancora debole e spesso vinto davanti alla tentazione, non continuò per abitudine nel peccato, né in offese contro Dio, senza che ne seguisse un sincero pentimento.
I peccai palesi divennero meno frequenti e quelli segreti meno seducenti.

Egli leggeva la Parola di Dio, pregava spesso e amava i compagni di fede, ricercava le adunanze di chiesa e apertamente prese posizione a lato del suo nuovo Maestro
non tenendo in alcun conto i rimproveri e le ironie dei vecchi compagni.


Un successivo importante suo passo fu quello di scoprire quale miniera di tesori sia la Parola di Dio per l’anima rigenerata; imparò a scoprirli man mano che procedeva nella lettura e ne approfondiva lo studio.

Si può dire che l’intera storia della sua vita si aggira attorno ad alcuni famosi passi della Scrittura.

Il primo fra tutti, il Vangelo in miniatura (Giovanni 3:16), per mezzo del quale Giorgio Müller trovò la piena salvezza è:

Dio ha tanta amato il mondo, che ha dato il Sua Unigenito

Figliolo, affinché chiunque crede in Lui non perisca,

ma abbia vita eterna.

 
Da queste parole egli trasse le sue prime luci per la filosofia del piano di redenzione: come e perché il Signor Gesù Cristo portò i nostri peccati nel Suo proprio corpo, sul legno della croce, come nostro Sostituto, e come le Sue sofferenze nel Getsemani e sul Golgota annullino l’iniquità del credente pentito, che dalla morte passa alla vita.
Afferrare questa verità è il principio di una fede vera e salutare, è ciò che lo Spirito chiama appunto afferrare la vita o afferrare la speranza.

Colui che crede e sa che Dio lo ha amato per primo, si accorge che egli pure Lo ama, e allora la fede opera attraverso l’amore nel purificare il cuore: trasforma la vita e vince il mondo. 

Così è stato per Giorgio Müller.

Trovò nella Parola di Dio un grande fatto: l’amore di Dio in Cristo.

Su quel fatto, all’inizio, solo la sua fede prese posizione, poi seguirono i sentimenti che vennero naturalmente, senza ricercarli o fare un preciso assegnamento sopra di essi. L’amore di Dio in Cristo lo costrinse ad amare, in modo ancora indegno, è vero, ma pur con  nuovo impulso, prima sconosciuto.

Ciò che non avevano ottenuto le ingiunzioni di suo padre, i castighi, le suppliche, gli stimoli della coscienza, i motivi di convenienza e le ripetute risoluzioni di emendamento, l’ottenne l’amore di Dio, rendendolo capace di rinunziare ad una vita di peccato.


Di buon’ora imparò quella doppia verità, che più tardi appassionatamente insegnò agli altri: nel Sangue espiatorio dell’Agnello di Dio vi è una fonte di perdono, quanto di purificazione.

Sia che cerchiamo perdono per il peccato o potenza di vittoria sul peccato, la sola sorgente e il solo segreto sono in Cristo, morente sulla croce per noi.

 
Il nuovo anno 1826 fu veramente un nuovo anno per quell’anima rigenerata.

Cominciò allora a leggere i giornali dei missionari, i quali accesero una nuova fiamma nel suo cuore. Sentì il desiderio, finora non cosciente, d’essere lui stesso un missionario. A misura che s’ingrandiva la sua conoscenza del campo missionario nel mondo, ad ogni nuovo fatto di miseria e di desolazione dei pagani, si alimentava in lui la fiamma dello spirito missionario.

 

Un attaccamento carnale venne però per un certo tempo a spegnere quasi quel fuoco divino. Si sentì attratto verso una giovane della sua età, conosciuta alle riunioni del sabato. Però tutto gli faceva supporre che i genitori di lei non avrebbero consentito a lasciarle seguire un missionario.

Cominciò allora in lui il dibattito tra il desiderio di servire il Signore e la passione per una creatura umana. Sembrò che vincesse quest’ultima.

La preghiera perdette la sua forza e quasi cessò; il suo cuore fu distratto, non solo dal campo missionario, ma anche da ogni servizio che gli recasse sacrificio.

Sei settimane passarono per lui in quello stato di declino spirituale, allorché Dio scelse una strana via per richiamarlo al dovere.

Un giovane fratello, Hermann Ball, ricco, colto, e sotto ogni aspetto promettente, scelse la Polonia per campo di lavoro missionario fra i Giudei, lasciando casa, famiglia, riposo, comodità e lusso.

Il giovane Müller ne ricevette una profonda impressione.

Paragonò il suo modo di agire con quello di lui: un amore appassionato per una donna gli aveva fatto rinunziare all’opera a cui si sentiva sospinto da Dio.

Hermann Ball aveva agito nella sua scelta come Mosé nella crisi della sua vita; Giorgio Müller invece aveva fatto come Esaù, che per un piatto di minestra aveva ceduto il suo diritto di primogenitura.

Chi vinse in quella intima lotta?

Con una nuova rinunzia, certamente dolorosa, lasciò la ragazza che amava e ruppe quella relazione formata senza fede e senza preghiera.

Per la seconda volta una decisione per il Signore gli costava un deciso rinnegamento di se stesso.

 
La prima volta aveva bruciato il suo romanzo tradotto; ora, sullo stesso altare, egli diede alle fiamme un’umana passione, che aveva su lui un’influenza perniciosa.

 

Secondo la misura della luce che in quel tempo era in lui, Giorgio Müller si mostrò pienamente e senza riserva risoluto di servire Dio, e la pace di Dio lo compensò della perdita di un amore umano.

 

Ogni nuova sorgente di interna gioia fa sentire il bisogno di comunicarla ad altri. Scrisse al padre, al fratello, intorno alla sua felice esperienza, invitandoli a cercare e a trovare riposo in Dio, pensando che essi avessero solo bisogno di conoscere la via che conduce a tale gioia e che fossero, come lui, pronti a seguirla. Ma una risposta corrucciata fu la sola risposta alla sua lettera.


Circa in quel tempo il famoso Dr. Tholuck occupò a Halle la cattedra di teologia, e la venuta di questo santo uomo attirò molti studenti di altre scuole; così Giorgio Müller vide allargarsi il cerchio di compagni credenti; ed anche questo gli fu di valido aiuto.

Lo spirito missionario si ravvivò in lui.

Si recò da suo padre per chiedergli il permesso di mettersi in relazione con qualche istituto missionario in Germania.

Suo padre rimase deluso e duramente lo rimproverò, ricordandogli il denaro speso per la sua educazione. Il sacrificio di tanti anni, aveva sempre pensato, doveva procurare al figlio una buona posizione e a lui una comoda, tranquilla vecchiaia.

In un eccesso di collera giunse a dirgli che non lo avrebbe più considerato suo figlio. Poi, vedendo Giorgio impassibile nella sua calma risoluzione, mutò tono e dalle minacce passò alle lacrime, supplicandolo.

Questo fu più duro per Giorgio di tutti i rimproveri.


Fu il terzo passo significativo per la preparazione di una vita missionaria. Non cedette nella sua risoluzione di seguire ad ogni costo la via indicatagli dal Signore, anzi, da quel momento vide chiaramente che doveva solo essere dipendente interamente da Dio e che da quel momento non doveva più accettare danaro da suo padre.

Accettare tale aiuto implicava obbedienza ai suoi desideri e non potendo aderire a questi, riteneva ingiusto di contare sul padre per le spese occorrenti al suo mantenimento nel corso missionario.

Così Giorgio Müller imparò la preziosa lezione che si deve preservare la propria indipendenza se non si vuol mettere a repentaglio la propria integrità.


Dio conduceva il suo giovane servo ad appoggiarsi sopra di Lui per i bisogni temporali. Questo passo non fu fatto senza sacrificio, poiché i due anni che doveva ancora passare all’Università richiedevano maggior denaro di quelli già trascorsi. Ma trovò in Dio un fedele amico nel bisogno.


Poco tempo dopo, alcuni signori Americani, tre dei quali erano professori nel collegio, desiderando perfezionarsi nella lingua tedesca, su proposta del Dr. Tholuck, scelsero Giorgio Müller come maestro, il compenso per le lezioni era tanto generoso che il suo mantenimento fu ampiamente coperto.


Così fin da principio della sua vita cristiana poté scrivere nel suo diario un altro aureo passo della parola di Dio: Temete il Signore voi Suoi Santi; poiché nulla manca a quelli che Lo temono (Salmo 14:9).

 

 

 

T

 


L’operaio di Dio deve guardare a Lui per sapere quale lavoro deve fare e in quale sfera di azione deve servirLo.

Giorgio Müller, da persone cristiane più mature, era consigliato ad aspettare in quiete la divina direzione a non fare per il momento alcun passo decisivo verso il campo missionario.

Ma egli, impaziente, rimise la decisione nelle mani della sorte.

Acquistò un biglietto alla reale lotteria: sarebbe andato se avesse vinto un premio; altrimenti sarebbe rimasto in patria.

Guadagnò una piccola somma: credette di vedere in questo un segno della volontà di Dio e scrisse alla Società Missionaria di Berlino,

La sua domanda fu respinta, non essendo accompagnata dal consenso del padre.
Dio tenne lontano, in quel momento, dal campo delle missioni un giovane non ancora maturo per quell’opera. Giorgio Müller non aveva nemmeno imparato la più elementare lezione: chi vuole operare con Dio deve saper aspettare che  Egli faccia conoscere la Sua volontà.

Colui che tenne Mosé quarant’anni a pascolate greggi, prima di mandano a liberare Israele dalla cattività; che fece dimorare Paolo di Tarso per tre anni in Arabia, prima di mandarlo apostolo alle nazioni; e che tenne anche il Suo Figliolo trent’anni in una vita oscura prima di manifestarlo come Messia, quel Dio non si affretta a mettere il suo servo all’opera.

Ad ogni anima impaziente Egli dice: Il mio tempo non è ancora venuto; ma il vostro tempo è sempre pronto (Giovanni 7:6).

 

Altre due volte, dopo questo fatto, Giorgio Müller ricorse alla sorte, ma ogni volta sbagliò.

 Da allora in poi abbandonò quel metodo falso e materialistico, avendo imparato due lezioni:

 

1.  la guida più sicura in ogni difficoltà è la preghiera della fede in unione con la parola di Dio;

2.  il prolungarsi dell’incertezza sul cammino da prendere è una ragione per continuare ad aspettare.


Queste lezioni sono veramente preziose per tutti.

La carne è impaziente per ogni ritardo, tanto nel decidere che nell’agire; per cui ogni scelta della carne immatura e prematura, e le vie della carne, sono false e non spirituali Dio ci fa spesso attendere per incoraggiarci a pregare, ed anche le risposte alla preghiera sono spesso differite affinché i desideri, anche se apparentemente buoni, siano tenuti in freno e la propria volontà abbia ad inchinarsi davanti a quella di Dio.

 

Molti anni dopo, Giorgio Müller, ripensando con mente calma a tutta la sua carriera, riconobbe quanto quel ricorrere alla sorte fosse stato immorale e come in quel tempo egli fosse così ignorante e bisognoso d’imparare, prima di poter ammaestrare gli altri.

Quantunque egli fosse un figliolo di Dio, non avrebbe allora potuto dare una chiara spiegazione delle più elementari verità del Vangelo. Doveva cercare, mediante la preghiera e lo studio della Bibbia, di acquistare una più profonda conoscenza ed esperienza delle cose divine.

La sua impazienza, per risolvere una questione così importante, dimostrava proprio la sua inattitudine ad un vero servizio, e rivelava incapacità a sopportare le durezze che un buon soldato di Cristo deve subire.

In una paziente attesa v’è uno sforzo continuo e una tensione costante, ciò che costituisce la nota dominante di un’esperienza missionaria.

Colui che non poteva sopportare un ritardo nel fare quel primo passo decisivo e attendere che Dio manifestasse, nel suo modo e tempo, la Sua volontà, come avrebbe avuto nel campo missionario la lunga pazienza necessaria per attendere, come un buon agricoltore, che il seme gettato desse il frutto nella sua stagione?
Ancora: egli vide in seguito che il campo d’azione, che aveva scelto, le Indie Orientali, non era quello che Dio gli aveva assegnato, Le sue ripetute offerte incontrarono ripetuti  rifiuti.

E sebbene in altre occasioni agisse con maggior deliberazione e solennità, non trovò alcuna porta aperta e fu, in ognuno di quei casi, trattenuto dal seguire il suo proposito.

 
La vita intera di Giorgio Müller provò che Dio aveva per lui un piano interamente differente, che ancora non era disposto a rivelare, perché questo Suo servitore non era ancora preparato a seguirlo. 

Dio aveva scelto per Giorgio Müller un più vasto campo d’azione di quello delle Indie Orientali ed una più ampia testimonianza dello stesso messaggio evangelico ai pagani. Non fu così anche per Paolo, a cui non fu permesso di andare in Bitinia, ma fu diretto da Dio in Macedonia, che era pronta a ricevere il suo ministero?

 

Giorgio Müller fu così condotto a meditare su ogni questione che gli si presentasse, chiedendo con ardente preghiera la risposta.

Doveva diventare un esempio del come un credente possa intercedere presso Dio. Il suo animo aveva la semplicità di un fanciullo, pur sapendo in molti casi elevarsi al disopra del fanciullo con una perfetta conoscenza e forza d’animo veramente virile.

 

Il Signor Hudson Taylor ci ricorda che, mentre in natura l’ordine normale di crescita dalla fanciullezza alla virilità, e poi alla maturità; nella grazia il vero sviluppo ha sempre luogo a ritroso, verso la culla; dobbiamo divenire piccoli fanciulli, e rimanere tali, non perdendo, anzi progredendo in spirito di fanciullezza.

La virilità più matura del discepolo di Cristo non è che la perfezione della sua fanciullezza. 


Giorgio Müller non fu mai così realmente e pienamente un piccolo fanciullo, come quando ebbe raggiunto i suoi novantatre annidi età.


Tenuto provvidenzialmente lontano dalle Indie, cominciò l’opera in patria, pur non avendo che scarsa conoscenza di quella divina arte che è la cooperazione con Dio. Parlava con altri del bene dell’anima, scriveva a coloro che erano stati suoi compagni di peccato e distribuiva trattati e fogli missionari.

La sua attività non era sempre senza incoraggiamento, sebbene i suoi metodi fossero talvolta impropri ed anche grotteschi.

Una volta, parlando ad un mendicante, in aperta campagna, intorno al suo bisogno di salvezza, tentava di vincerne l’apatica indifferenza, alzando sempre più la voce, come se il tuonargli nelle orecchie avesse potuto vincere la durezza del suo cuore!

Nel 1826, fece il primo tentativo di predicazione.

Un maestro di scuola, che abitava a sei miglia circa da Halle, fu da lui condotto al Signore. Quel maestro lo invitò ad aiutare un vecchio ministro malaticcio della sua parrocchia.

Come studente di teologia, Giorgio Müller era libero di predicate, ma conscio della sua incapacità, non si attentava a farlo.

Pensò che, imparando a memoria un sermone scritto da altri, avrebbe potuto far del bene agli uditori e così accettò.

Fu un lavoro ingrato, il prepararsi: passò tutta la settimana per studiare a memoria il sermone e quando si trattò di esporlo non provò alcuna soddisfazione, perché non poteva trasfondere quella potenza viva, che possiede colui che trasmette un messaggio ricevuto da Dio, in testimonianza della verità divina.

La sua coscienza non era abbastanza illuminata per accorgersi che recitava una parte falsa, predicando un sermone scritto da altri, come se fosse suo.

Non aveva nemmeno il discernimento spirituale di capire che Dio non può volere che predichi ad altri colui che non conosce la Sua Parola e non chiede l’intervento dello Spirito per comporre lui stesso il sermone. Ma pochi sono i predicatori che sentono la predicazione come una divina vocazione e non già come un’umana professione!

 
Giorgio Müller, in quel lontano agosto del 1826, riuscì a recitare penosamente un discorso appreso a memoria: alle otto dei mattino nella cappella sussidiaria, tre ore dopo nella chiesa parrocchiale. Fu poi richiesto di predicare di nuovo nel pomeriggio, ma non aveva nessun altro sermone pronto.

Che cosa fate?

Tacere o rivolgersi al Signore per aiuto?

Pensò che poteva leggere il capitolo quinto di Matteo e quindi commentarlo.

Aveva appena cominciato a spiegare la prima beatitudine che si sentì grandemente assistito. Non solo le sue labbra si aprivano, ma le Scritture stesse si aprivano nella sua mente, l’anima sua si espandeva ed una pace e potenza, fino allora sconosciute, prendevano il posto delle timide e meccaniche ripetizioni del mattino e accompagnavano invece le semplici esposizioni di quel pomeriggio.

Parlò allo stesso livello della mentalità dei suoi ascoltatori; non dall’alto di un pulpito con frasi elaborate. Il suo ardente, ma familiare discorso, tenne incatenata l’attenzione del suo uditorio.


Ritornando a Halle egli diceva a se stesso: “Questo è il vero modo di predicare”. Dubitava però che quella esposizione semplice potesse piacere ad una congregazione colta e raffinata della città. Doveva ancora imparare che le parole seducenti dell’umana sapienza rendono nulla la croce di Cristo, e che la semplicità, la quale rende intelligibile una predicazione all’illetterato, è compresa e apprezzata anche dalla persona più colta.


Fu questo un altro passo importante nella sua preparazione per il servizio che lo attendeva.

Per tutta la sua vita egli prese posto fra i più semplici predicatori.

Questa prima prova di predicazione fu seguita da molte altre e sempre, parlando secondo la semplicità che è in Cristo, provava gioia e maturava il suo frutto per gli ascoltatori.
La sua predicazione, per allora, non fu molto usata da Dio per produrre frutto negli altri. Senza dubbio il Signore vedeva che Giorgio Müller non era ancora pronto per raccogliere, ma poteva appena seminare: occorreva in lui una maggior preghiera di preparazione.

 

Intorno a quell’epoca Giorgio Müller compì un altro passo,
forse il più significativo, nella sua portata, verso la precisa forma di lavoro che fu poi strettamente collegata al suo nome.

Per circa due mesi si valse di alloggi gratuiti per poveri studenti in teologia nelle famose Case per orfani, erette da A. H. Francke.

Quel santo uomo, professore di teologia in Halle, morto un secolo prima (1727), per pura sottomissione a Dio era stato indotto a fondare quell’orfanotrofio. 

Quasi inconsciamente Giorgio Müller, nell’opera che egli nel 1846 fondò a Bristol, prese a modello l’orfanotrofio Francke di Halle.

L’edificio stesso dove il giovane studente era alloggiato, fu per lui una lezione: una lezione visibile, reale, tangibile, una prova che Dio ascolta la preghiera e può, in risposta, erigere anche una casa per fanciulli orfani.

Quella lezione non fu mai dimenticata e G. Müller entrò nella successione apostolica di quell’opera così santa.

Egli ricorderà poi, spesso, quanto l’opera sua di fede fosse legata a quell’esempio di fiducia nella preghiera, mostrata da Francke.

 

Sette anni dopo ne lesse la vita e si sentì ancor più spinto a seguirne l’esempio, come seguiva Cristo.

 
La vita spirituale di G. Müller, in quei primordi della sua carriera, fu ancora ostacolata da forme materiali: cercava aiuto in sostegni artificiali.

Ad esempio: usava tenere nella sua camera, davanti a sé un crocifisso, nella speranza che, avendo presenti le sofferenze di Cristo, sarebbe caduto meno spesso nel peccato.
In quel tempo lavorava strenuamente, passando fino a quattordici ore del giorno a scrivere. Ne ebbe una depressione nervosa, che lo rese debole di fronte a nuove tentazioni. Cominciò a frequentare una pasticceria ove venivano serviti anche vini e liquori, ma sentì subito il richiamo della coscienza, che gli rimproverava quella condotta, come indegna per un credente. Considerò quanto era grande la sua irriconoscenza verso Dio, che, in luogo di castigarlo, moltiplicava i suoi doni misericordiosi.
In questo periodo di tempo scrisse ad una signora ricca e titolata, che sapeva esser molto pronta a offrire il suo aiuto, domandandole una somma in prestito. Ricevette l’esatta somma richiesta, accompagnata da una lettera non scritta né firmata dalla signora, ma da altra persona nelle cui mani la sua lettera era caduta per una speciale provvidenza e che si firmava un adoratore di Gesù Cristo. 

Colui che scriveva, oltre ad inviargli la somma, aggiungeva sagge parole di avvertimento e di consiglio, così adatte all’esatto bisogno di Giorgio Müller, il quale vide chiaramente come una Mano dall’alto fosse intervenuta a guidano e proteggerlo.
In quella lettera era sollecitato a “cercare, vegliando e pregando, di esser liberato da ogni vanità e indulgenza verso se stesso; a prendere per esempio principale Gesù, ma non come coloro che dicono: “Signore, Signore, ma non l’hanno dentro il cuore”.