Introduzione
La
teologia riformata, altrimenti detta 'Calvinismo' che noi desideriamo
continuare a portare avanti oggi come l'espressione più genuina nella fede
biblica e protestante, comprende fra i suoi teologi più significativi un
italiano: Giovanni Diodati (1576-1649). Molto noto perché il suo nome è
legato indissolubilmente ad una classica traduzione della Bibbia in italiano,
egli per altro è meno conosciuto come esponente del Calvinismo classico, e come
diretto successore, con Benedetto Turrettini, a Ginevra, dello stesso Giovanni
Calvino. Vorrei quest'oggi dunque celebrarne la memoria e ricuperare, anche con
una certa fierezza, la rilevante influenza che l'Italia ha avuto sul
Protestantesimo.
Biografie.
Sono
stati fatti tre tentativi di ricostruire la vita del Diodati. Il primo fu "Jean
Diodati" pubblicata in olandese all'Aia e scritta da G.D.C. Schotel
nel 1844. Quest'opera è la produzione non ortodossa di uno studioso eccentrico
e di scarso valore per lo storico moderno. Una sua biografia apparve a Torino
nel 1854: "Brevi introduzioni ai libri sacri dell'Antico e del Nuovo
Testamento per Giovanni Diodati, traduttore della Bibbia preceduti dalla vita
dell'Autore". La biografia che però ebbe maggiore circolazione fu la "Vie
de Jean Diodati, Theologien Genevois", di E. De Budé (Losanna 1869).
Questa biografia è il resoconto più soddisfacente della carriera di Diodati,
sebbene sia intellettualmente insoddisfacente, contenga errori sui fatti
narrati e sia più interessata con questioni biografiche e genealogiche che con
i risultati accademici e teologici di Giovanni Diodati. Questa vita di Diodati
è stata tradotta in italiano e pubblicata nel 1870 come "Vita di
Giovanni Diodati, Teologo ginevrino".
1. Origini della famiglia Diodati
Giovanni
Diodati nacque a Ginevra il 3 giugno 1576.
La sua
famiglia proveniva da Lucca, dove era stata convertita al Protestantesimo
durante il soggiorno di Pietro Martire Vermigli in quella città. La famiglia
Diodati, una delle più antiche famiglie della repubblica, fino dal 13° secolo
avevano avuto incarichi pubblici importanti, e si erano distinti tanto nella
letteratura e nelle scienze.
Un
fatto curioso ha per protagonista Michele Diodati, nonno del nostro Giovanni e
dignitario di Lucca. Nel 1541 convengono in questa città l'imperatore Carlo V
(acerrimo memico della verità evangelica) e il Re di Francia Francesco I per
discutere diverse questioni politiche, fra cui anche la "rivoluzione protestante"
in Germania. Il caso vuole che Anna Diodati, moglie del Consigliere Michele
dovesse dare alla luce un figlio (il futuro padre del nostro Giovanni).
L'imperatore, informato dell'evento, si offre per farne da padrino al battesimo
e chiede che quel bambino porti il suo nome: Carlo. Il papa Paolo III, saputa
anch'egli la cosa, si offre di celebrare lui il battesimo!
Le
connessioni con la politica ufficiale del tempo e con il papato, non impedirà a
Giovanni Diodati di interessarsi delle nuove idee protestanti portate da Pier
Martire Vermigli, di averne simpatia e poi abbracciarle. Nel 1558 sospettato di
eresia, era stato rimosso dalle sue cariche ufficiali, e citato a comparire a
Roma davanti al Sant'Uffizio, il quale non lo rilasciò che dopo due anni di alternate
vicende (1558-1560).
Il
figlio, Carlo Diodati si reca poi a Lione come impiegato di commercio, dove ha
stretto contatto con i pastori riformati. Quando però si accende in Francia una
forte persecuzione contro i riformati decide di rifugiarsi a Ginevra nel 1567.
Qui fa aperta adesione alla Chiesa Riformata, alla quale facevano parte già
parecchi lucchesi. I Diodati erano profughi benestanti e si distinguono nella
città insieme alle altre famiglie lucchesi di esiliati come i Turrettini e i
Calandrini. Nel 1572 gli viene conferita la cittadinanza ginevrina diventandone
patrizio, e nel 1573 viene eletto nel Consiglio dei 200 della città. Dal suo
secondo matrimonio nasce, il 3 giugno 1576 il nostro Giovanni, poi battezzato
dal pastore riformato lucchese Nicola Balbani. Carlo Diodati muore a 84 anni
nel 1625.
2. Giovinezza
Di
Giovanni si dice che cresce giovane serio, di grande ingegno e forte
lavoratore.
Giovanni
studia teologia presso l'Accademia di Ginevra sotto i successori di Calvino,
uomini come Teodoro di Beza e Casabono. Studia inoltre ebraico ed
aramaico all'università (o Accademia) riformata tedesca di Herborn (simile a
quella di Ginevra e di Leiden), fondata nel 1584 e chiusa da Napoleone nel 1812
["Die Matrikel der Hohen Schule und des Paedagogiums zu Herborn,
herausgegeben von Gottfried Zedler und Hans Sommer (Wiesbaden 1908)" v.
Johannes Deodatus Genevensis (1589/90) p. 11 no. 183-5: "Johannes Deodatus
Genevensis, nunc ibid. profess. theol. clarissimus" and p. 190 no. 224-1].
Probabilmente suo insegnante era stato Johann Fischer
(Piscator), rettore dell'università di Herborn dal 1584 al 1625, traduttore a
sua volta della Bibbia ufficiale di Berna. Giovanni si dimostra così ben presto
valente linguista.
La
connessione con l'università di Herborn è importante pure per comprendere i
suoi collegamenti con il mondo puritano, come Jan A. Comenius,
Althusius, Piscator, Alsted, Buxdorf, Aslakssen, ecc. Tutti questi,
insieme ai loro libri stampati all'università di Herborn, giocano un ruolo
importante nell'America dei "padri pellegrini".
Diventa
dottore in teologia all'età di 19 anni, e professore di ebraico all'Accademia
di Ginevra all'età di vent'anni. Succede in questa funzione a Casabono, che
aveva lasciato Ginevra per recarsi a Montpellier.
Nel 1600
sposa Maddalena Burlamacchi, e il matrimonio, benedetto dal pastore Bernardo
Basso, di Cuneo, viene celebrato a Ginevra nella Chiesa riformata italiana.
Dal suo
matrimonio nascono 9 figli, 5 maschi e 4 femmine.
Nel
1608 Diodati diventa rettore e conserva la sua cattedra di ebraico fino al
1618. E' professore all'Accademia di Ginevra dal 1599 al 1645, quattro anni
prima della sua morte.
Diodati
lascia Ginevra per un breve periodo per recarsi a Venezia, per visitarvi le
chiese riformate francesi e poi sarà delegato di Ginevra presso il Sinodo di
Dordrecht.
3. Italiano o ginevrino?
Nonostante
il suo rapporto con Ginevra, che durerà tutta la vita, Diodati sembra essersi
sempre considerato come un lucchese che vive a Ginevra. Nella sua prima
versione annotata della Bibbia in italiano, pubblicata nel 1607, egli descrive
sé stesso come "di nation lucchese". Questa identificazione con Lucca
non è solo tipica del giovane Diodati, dato che continua ad identificarsi in
questo modo anche nella sua versione italiana della Bibbia del 1640/41,
prodotta verso la fine della sua vita. Nonostante quindi la sua associazione
con Ginevra, Diodati si era sempre considerato italiano, e la prova migliore
risiede proprio nel fatto che la sua traduzione italiana delle Scritture si è
comprovata così utile che ancora oggi essa continua ad essere pubblicata,
sebbene in forma modificata, più di trecento anni dopo la sua prima
apparizione., ma non solo questo, fin dalla sua giovinezza egli aveva
ardentemente desiderato che la causa dell'Evangelo trionfasse in Italia, e che
gli italiani si ribellassero alla tirannia del papato.
4. Diodati linguista
La
carriera del Diodati è stata quella di un pastore riformato al servizio
accademico della Chiesa di Ginevra. Diodati forse, era più un linguista che un
teologo. Per lui era di grande interesse che le Scritture dovessero essere
disponibili a tutti in forma leggibile e con semplici annotazioni. A questo
fine Diodati dedica tutti i suoi doni accademici per la più gran parte della
sua vita. Intraprende quindi a tradurre l'Antico e il Nuovo Testamento dagli
originali ebraico e greco; e nel 1607 ne pubblica la prima edizione, corredata
di note; poi nel 1641 la seconda, riveduta, annotata più ampiamente dell'altra,
con l'aggiunta di una versione metrica dei Salmi
Inevitabilmente
questa sua preoccupazione di rendere accessibile a tutti la Parola di Dio
doveva rendersi evidente nel suo incarico accademico di docente d'ebraico
nell'Accademia ginevrina. Prima del suo incarico, la cattedra d'ebraico era stata
una creazione degli umanisti, dedicata allo studio della lingua, puramente a
livello linguistico. Con Diodati, questa impostazione doveva cambiare,
portandovi una marcata accentuazione teologica.
5. Diodati e l'Italia
Il
principale coinvolgimento del Diodati negli affari italiani comincio quando era
ancora giovane, nel tempo in cui aveva appena completato la sua prima versione
annotata della Bibbia in italiano. Suo primo e più grande desiderio era che la
Riforma protestante potesse trionfare e diffondersi in Italia, e vedere la
tirannia papale sempre più rifiutata dagli italiani.
Per
questo trovò dapprima nella Repubblica veneta un terreno favorevole
all'affermazione della Riforma.
Ecco
così che fa ben presto parte del gruppo di "cospiratori" a Venezia,
che aveva coinvolto fra Paolo Sarpi, il teologo ufficiale della repubblica
veneta, due ambasciatori inglesi, sir Henry Wotton e Sir Dudley Carleton;
George Bedell e il leader ugonotto francese Philippe du Plessis-Mornay.
Diodati
opera in questo gruppo con l'obiettivo di indebolire il potere papale a Venezia
e visita questa repubblica due volte, nel 1605 e nel 1608, nascosto sotto lo
pseudonimo di Giovanni Coreglia.
Il
primo giugno 1605 egli scrisse ad un suo amico: "Gli affari vanno di
bene in meglio, il numero degli evangelici cresce grandemente. Desidero
ardentemente lavorare in quei luoghi, e rapidamente. Mi sono deciso a
intraprendere questa vocazione santa e desiderabile... Il papa ha le sue astute
spie, e lo si può vedere dalla sorte che hanno avuto le bibbie che ho
mandato".
Egli
scrisse una cronaca della seconda, la quale fu pubblicata da E. de Budé nel
1863 come "Briève relation de mon voyage a Venise en septembre
1608".
Nel
novembre 1605 Paolo Sarpi in una sua lettera certifica che a Venezia, fra il
popolo vi sono fino a 15.000 persone "disposte a rinunciare alla Chiesa di
Roma", e annota: "Vi sono alcuni che da padre in figlio preservano
la conoscenza del vero Dio, o perché sono discendenti dei riformati grigionesi,
nostri vicini, o perché sono i superstiti degli antichi Valdesi, che avevano
lasciato seguaci in Italia".
La
cospirazione contro il potere papale che, su piano politico poteva solo essere
promossa e difesa dalla conversione di nobili e influenti autorità, venne ben
presto repressa, gli ecclesiastici compromessi con la Riforma esiliati, i
nobili impauriti facevano marcia indietro, mentre al popolo non restava che
sottomettersi alle autorità cattoliche, o conservare in segreto la fede
riformata.
Il
fallimento dei progetti dei riformati a Venezia prese avvio quando una delle
lettere del Diodati cadde nelle mani del gesuita francese Pierre Coton, che a
quel tempo era confessore del Re di Francia e che più tardi attaccò la
traduzione francese della Bibbia ginevrina.
Non
dobbiamo però pensare ad un Diodati abile politico, che intendesse far
trionfare la Riforma con trame politiche. Diodati era un genuino evangelista e
numerose volte aveva affermato che solo lo Spirito Santo avrebbe potuto far
trionfare la causa della Riforma.
In una
sua lettera a Duplessis-Mournay egli scrive: "Io voglio stare molto
attento a non porre il minimo ostacolo alla libera azione dello Spirito Santo,
sia per mia incapacità, che per paura di pericoli. Io sono convinto che Dio,
che oltre le mie stesse speranze ed in modi a me sconosciuti, mi ha utilizzato
nell'opera delle Sue Scritture, in questo stesso tempo e con grande successo,
come mi assicura il giudizio di molti uomini d'esperienza e voi fra di essi.
Sarà Lui a darmi, se necessario, parole di potenza e di sapienza, per il Suo
servizio in questi luoghi per l'avanzamento del Suo regno, e la distruzione
della grande Babilonia".
Vi sono
due riferimenti al Diodati nella corrispondenza pubblicata del Sarpi, in "Paolo
Sarpi - Lettere ai Gallicani" di Boris Ulianich, e "Fra Paolo
Sarpi - Lettere ai Protestanti, di Manlio Dirilo. Il coinvolgimento del
Diodati con il Sarpi, lo spinse a tradurre in francese la sua Storia del
Concilio di Trento, un'opera che ebbe più successo di ogni altra opera del
Diodati, con l'eccezione della Bibbia italiana del 1640/41.
6. Diodati al Sinodo di Dordrecht
Diodati
venne inviato, con Teodoro Tronchin, a rappresentare la città e la chiesa
riformata di Ginevra al Sinodo riformato di Dordrecht del 1618/19.
I
princìpi dottrinali della teologia riformata classica (Calvinismo) erano stati
messi in questione all'interno dello stesso mondo riformato, da professori
d'università che ne avevano alterato la consistenza rivedendo tutto il sistema
calvinista sulla base di principi estranei. E era stato così introdotto
all'interno del mondo riformato un serio elemento di disgregazione che ne
avrebbe messo in pericolo l'unità se non vi fosse messo al più presto rimedio
convocando uno speciale Sinodo generale del mondo riformato. In esso sarebbero
state messe a confronto le due posizioni mentre sarebbe stata ribadita
l'ortodossia calvinista contro queste nuove sfide. L'importanza della cosa non
era sfuggita alla Chiesa di Ginevra, che pure era stata invitata a prendervi
parte attiva.
Il
Sinodo, tenuto appunto negli anni 1618-19 nella città omonima olandese,
produsse i famosi "Canoni di Dort", uno degli standard dottrinali
delle posizioni riformate classiche (Calvinismo). Esso affermava la posizione
calvinista ortodossa sulla predestinazione e sui problemi annessi, e venne
diretto contro i Rimostranti (o Arminiani), che avrebbero voluto
un'affermazione che lasciasse maggiore spazio alla libera volontà umana.
Arminio era morto nel 1609; nel 1610 i suoi seguaci avevano prodotto una
Rimostranza contro l'insistenza degli ortodossi sulla predestinazione
individuale; nel 1611 una Contro-rimostranza ribadiva la posizione ortodossa,
ed era così esplosa una forte polemica. Oltre alla predestinazione sarebbero
stati trattati altri temi: i Rimostranti volevano una chiesa tollerante, sotto
la supervisione dello stato, mentre i contro-rimostranti lottavano per
l'indipendenza della chiesa. La questione ebbe riflessi anche sulla politica
del tempo. Convocato dagli Stati Generali, il Sinodo comprendeva delegati eletti
dalle diverse provincie dei Paesi Bassi. Oltre ai suoi membri olandesi, pastori
e laici, avrebbe compreso delegati stranieri provenienti dalle chiese riformate
dell'Inghilterra, della Scozia, del Palatinato, di Brema, dell'Assia, dei
cantoni svizzeri e di Ginevra, rappresentata appunto da Giovanni Diodati.
Vennero invitati anche i riformati francesi, ma Luigi XIII impedì loro di
partecipare. Gli Stati-Generali scelsero cinque professori di teologia e 18
commissionieri per dare pure consiglio. I delegati regolari erano 56. Il Sinodo
prese la posizione convenuta di giudicare se i Rimostranti concordassero con la
posizione delle Confessioni di Fede riformate e citarono gli esponenti
arminiani ad intervenire. Nonostante le proteste dei rimostranti se il tema fosse
o no la revisione delle Confessioni di Fede, il Sinodo proseguì i suoi lavori.
Il rimostrante Episcopius denunciò il sinodo come non-qualificato e non
rappresentativo, e rifiutò di cooperare.
Giudicando
i rimostranti dai loro scritti, il Sinodo ne concluse che non erano ortodossi
perché annullavano l'elezione della grazia e rendevano l'uomo arbitro della
propria salvezza.
Vennero
formulati dei Canoni per riassumere la posizione ortodossa contro i
Rimostranti, ed affermò la depravazione totale dell'uomo (cioè l'uomo, dopo la
Caduta, non può scegliere di servire Dio), l'elezione incondizionata (la scelta
che Dio fa degli eletti non è condizionata da azione alcuna che essi compiano),
la redenzione limitata (Cristo è morto solo per gli eletti, dato che coloro per
i quali morì vengono salvati), la grazia irresistibile(la grazia divina non può
essere respinta dagli eletti), e la perseveranza dei santi (una volta eletto,
eletto per sempre). I Canoni vennero adottati ufficialmente dalla Chiesa
riformata olandese. Ai Rimostranti venne negato il pulpito e i loro leader
espulsi dal paese.
Durante
il Sinodo Diodati cadde malato e sappiamo che egli non fu in grado, di
conseguenza, a partecipare a tutte le sessioni. Questa malattia, però, non
impedì al Diodati di prendere parte attiva ai lavori del Sinodo. Egli rivolse
la sua parola personalmente al Sinodo sull'argomento della Perseveranza
dei santi colpendo favorevolmente l'uditorio, perché il delegato
scozzese Balcanqual scrisse che il Diodati era intervenuto con la stessa
dolcezza con la quale predicava, non come i dottori usavano fare nelle scuole.
Questo discorso venne pure accolto bene dallo storico arminiano olandese G.
Brandt, che generalmente non aveva preso in simpatia il Diodati. In questa
circostanza il Brandt aveva lodato la moderazione del Diodati. Diodati aveva
pure consigliato il Sinodo al riguardo delle traduzioni bibliche, ma
sfortunatamente ogni traccia di quanto aveva di fatto detto sembra essere
andata perduta. Diodati discusse pure la questione della censura sulla stampa,
forte della sua esperienza a Venezia, sostenendo la tesi che troppa severità
sarebbe stata altrettanto dannosa che pochi controlli.
I
delegati di Ginevra al Sinodo di Dordrecht presero dunque una parte attiva alle
discussioni teologiche di quella assemblea. Diodati venne eletto dal comitato
che doveva produrre i Canoni di Dordrecht, a redigere l'affermazione finale
del Sinodo sulla dottrina della salvezza. I ginevrini pure scrissero un
loro proprio resoconto sulle questioni in considerazione. In generale Giovanni
Diodati e Teodoro Tronchin esprimevano opinioni che erano generalmente simili a
quelle degli altri delegati riformati al Sinodo. Al riguardo del secondo
articolo però: Morte di Gesù Cristo e redenzione degli uomini mediante essa,
i ginevrini presentarono un'interpretazione in qualche modo diversa da quella
delle altre delegazioni. In questo caso i ginevrini si erano rifiutati di
essere legati al concetto anselmiano della teoria della redenzione che era
tipica delle altre delegazioni. I contributi di Ginevra vennero stampati negli Acta
del Sinodo di Dordrecht.
7. Diodati predicatore
Al
Sinodo di Dordrecht Diodati non aveva limitato i suoi interventi teologici alle
sessioni del Sinodo, ma aveva pure predicato altrove in Olanda in diverse
occasioni. Al suo ritorno a Ginevra, il suo collega Tronchin
aveva informato il Consiglio di Ginevra che: "Pendant notte sejour,
outre le devoir qu'avons taché de rendre au Synode, Monsieur Diodati et moy
avons presché fort souvent a Dordrecht, Rotterdam, Delft, La Haye, Amsterdam,
et en autres lieux, non sans fruit par la benediction de Dieu".
Questi
tentativi avevano riscontrato vario successo. I suoi uditori erano rimasti
stupiti dalla chiarezza e dalla scorrevolezza con cui annunciava le verità
evangeliche, e tutti se ne sentivano toccati nel cuore.
Sir
Dudley Carleton, allora ambasciatore inglese all'Aia, scrisse di come Diodati
aveva predicato di fronte alla corte di Maurice di Nassau a Natale del 1618: "Diodati,
ministro a Ginevra, era stato all'Aia durante i recessi del Sinodo, ed aveva
predicato alla cappella di corte sia ieri che oggi, alla presenza del principe
d'Orange e del conte Guglielmo, la principessa ed il conte Enrico, ed un grande
concorso di uomini e di donne d'entrambe le fazioni, il che è presagio di un
possibile accordo". Ciononostante, non tutti i sermoni del Diodati
erano stati bene accolti. Secondo il suo desiderio di promuovere il
Protestantesimo italiano, a Dordrecht aveva deciso di condurre i culti
riformati in italiano, quanti però l'avrebbero compreso?
E'
necessario mettere in evidenza l'importanza della predicazione del Diodati,
specialmente in italiano, perché nessuno dei suoi sermoni è sopravvissuto, sia
come manoscritto che in forma pubblicata. Non è nemmeno isolabile alcuno suo
scritto completo per conoscere il suo pensiero specifico. Esso può essere
dedotto in generale dai Canoni di Dort, che egli ha contribuito a stilare, e
negli atti concernenti il procedere delle discussioni al Sinodo. L'unica fonte
importante sono i commenti al testo della sua Bibbia del 1640/41.
8. Diodati diplomatico
Diodati
pure esercitò attività diplomatica al servizio dello Stato di Ginevra durante
il suo soggiorno a Dordrecht. Con Tronchin, egli aveva avuto istruzioni di entrare
in negoziato con il governo olandese, col proposito di tentare di convincere
gli olandesi a cancellare un considerevole debito finanziario che Ginevra aveva
contratto con il governo dei Paesi Bassi. Diodati in questo ebbe successo,
perché durante l'aprile 1689, una lettera del Diodati dall'Olanda venne letta
al Consiglio di Ginevra. Egli aveva scritto che: "il
a sondé quelques uns de Mrs. les Estats les plus confidents touschandt les
obligations qu'il a recogneu lor intention de ne nous jamais rien demander".
I
viaggi dei Diodati vennero poi molto limitati a causa delle sue cattive
condizioni di salute. In due occasioni egli aveva avuto la funzione d'agente
ginevrino in Francia (nel 1611 e nel 1617). Nel 1611 egli era stato inviato per
assicurare gli aiuti di Ginevra fra elementi ugonotti.
9. Diodati: rinomato in tutt'Europa
Diodati
era una figura relativamente ben conosciuta nell'Europa di quel tempo. La sua
corrispondenza rivela contatti con molte figure interessanti in diversi paesi,
come il leader ugonotto Philippe Du Plessis-Mournay, il teologo espatriato
scozzese John Cameron, il diplomatico inglese Sir Dudley Carleton, il principe
di Orange, Cyril Lucaris, Patriarca di Costantinopoli, il famoso ecumenista
John Dury, il teologo francese André Rivet, come pure molte lettere associate
al nome di J.J.Breitinger, il leader della Chiesa Riformata di Zurigo, che
manteneva una vasta corrispondenza con teologi ed uomini d'affari in tutta
Europa. La statura del Diodati è stata già rivelata per la sua associazione con
Paolo Sarpi, che conosceva personalmente. Diodati tradusse pure l'opera di
Edwin Sandys Europae Speculum. Diodati era quindi pure molto interessato
ai dibattiti culturali del tempo. La sua reputazione era considerevole in
Inghilterra, dove l'uso del suo nome si comprovò utile ai propagandisti
realisti al tempo della guerra civile.
10. Gli ultimi suoi anni
Diodati
rimane al fedele servizio della Chiesa riformata di Ginevra per tutta la sua
vita ma nella lotta del Diodati per pubblicare la sua versione francese della
Bibbia, i suoi ultimi anni vennero disturbati da una serie di dispute
all'interno della Chiesa ginevrina, e soprattutto di natura personale. La vita
del Diodati è lungi dall'essere uniformemente felice.
La
salute, che aveva sempre avuta sana e robusta, cominciò a venirgli meno; una
malattia di fegato, che gli procura molte sofferenze, lo tormenta fino alla sua
morte. La sorte dei figli lo turba molto.
Dopo
una brillante carriera durante la sua giovinezza, negli ultimi vent'anni della sua
vita egli soffre di un declino di popolarità nella Chiesa di Ginevra, e diventa
uomo isolato e spesso amareggiato.
Il
coraggio, pertinacia e rabbia del Diodati si rivela nella parte da lui avuta
nella condanna di N. Anthoine, un unitario, punito con la pena capitale per
giudaismo durante la metà del 17° secolo, e per la sua denuncia dei regicidi
inglesi dal pulpito della cattedrale di Ginevra. Una fra le ragioni del
cambiamento nelle circostanze della vita del Diodati era l'effetto della sua
salute malferma, ma la ragione principale sembra però essere certamente stata
l'effetto psicologico della lotta protratta del Diodati per pubblicare una
Bibbia francese. Questo lungo ed infelice episodio doveva assorbire molte delle
energie del Diodati, e sembra certo che questa faccenda gli abbiano impedito di
completare e pubblicare la sua proposta traduzione latina delle Scritture.
Giovanni
Diodati muore il 13 ottobre del 1649, a 73 anni d'età, lasciando un caro
ricordo di sé in quella gloriosa Accademia nella quale per tanti e tanti anni
aveva insegnato con vasta dottrina e con profonda pietà. Di lui si dice che
"era affabile e socievole con gli amici, marito esemplare e cittadino
integerrimo, di carattere adamantino, meritò il nome di 'Catone di Ginevra'. La
sua pietà era sincera e profonda; la sua carità ampia ed inesauribile". Le
sue spoglie vennero tumulate nella cattedrale di Saint Pierre, dove gli fu
eretto un monumento a spese della Repubblica.
11. Le sue opere maggiori
Questi
incidenti non pregiudicano i successi avuti dal Diodati come traduttore della
Bibbia in italiano. La traduzione del Diodati condivide la fama ottenuta dalla
versione autorizzata inglese del Re Giacomo (King James), come traduzione del
17° secolo ancora in uso nel 20° secolo. Egli è riuscito a creare lo standard
per la Bibbia del Protestantesimo italiano.
L'unica
altra parte delle sue opere che gli siano sopravvissute è la traduzione
francese da lui compiuta della storia del Concilio di Trento prodotta dal
Sarpi, ripubblicata molte altre volte dopo la prima edizione del 1649.
La
traduzione italiana della Bibbia di Giovanni Diodati è rimasta come memoriale
perenne del suo traduttore. E' sopravvissuta a due livelli. Ha dapprima
ritenuto rispetto accademico per le capacità linguistiche del Diodati. Sebbene
con diverse correzioni, essa ha conservato il suo posto di traduzione
responsabile ed accurata, fatto questo che ha condotto alla sua accettazione da
parte delle maggiori Chiese protestanti, e la sua diffusione da parte delle
Società Bibliche. Questa propagazione della Bibbia del Diodati è stata talora
accompagnata da un certo numero di critiche da diverse fonti, soprattutto
cattoliche, ma questo non ha impedito la Bibbia dal conservare la sua posizione
come la versione più influente delle Scritture in italiano. In secondo luogo la
traduzione della Bibbia italiana da parte del Diodati è rimasta accettabile sia
dal punto di vista letterario come accademico. In un senso, la Bibbia italiana
del Diodati è stata un'impresa ancora più notevole della Versione Autorizzata
inglese, perché quest'ultima era il risultato del lavoro di un gruppo di
studiosi, mentre Diodati aveva lavorato da solo, con eccezione forse
dell'assistenza di Benedetto Turrettini, e per aver prodotto una versione
annotata completa della Bibbia nel 1607 quando aveva solo 31 anni. Le sue
annotazioni rivelano un accento pietista e non dogmatico che era almeno
cinquant'anni in anticipo con i maggiori sviluppi intellettuali delle Chiese
riformate. Sebbene egli non avesse potuto vivere in Italia, il teologo "di
nation lucchese" non avrebbe potuto dare migliore contributo di questo
al Protestantesimo italiano ed alla letteratura italiana.
Ecco un
elenco dettagliato dei suoi scritti:
1) La
Bibbia italiana. Edizioni principali: 1. Edizione del 1607, con apocrifi,
introduzione ai libri ed ai capitoli, ed una combinazione di note marginali ed
a pie' di pagina. 2. Edizione del 1641, "migliorata ed accresciuta",
con l'aggiunta dei salmi in rima. Contiene apocrifi, introduzione ad ogni libro
e capitolo, riferimenti incrociati a margine, copiose note a pie' di pagine più
vaste del testo stesso, diverse dalle note dell'edizione precedente;
2) La
Bibbia francese del 1643;
3)
Traduzione delle annotazioni alla Bibbia in diverse lingue;
4) La
traduzione francese dell'opera del Sarpi, 1621.
5) La
traduzione francese dell'opera di Sandys, 1626.
6)
Lettera all'Assemblea di Westminster, 1646.
7) Lettera a Lady Westmoreland, 1648.
A
questo vanno aggiunte, dal 1619 al 1632 una ventina di Dissertazioni latine
sopra argomenti teologici, e una grande quantità di sermoni e discorsi
occasionali, che però non ci sono pervenuti.
12. La traduzione italiana della Bibbia
Precedenti.
Gli
emigrati italiani che avevano abbracciato la Riforma e che si erano rifugiati a
Ginevra, facevano fino allora uso del Nuovo Testamento tradotto nel 1551 dal
testo greco dal fiorentino Massimo Teofilo, studioso riformato, del
quale non si hanno notizie precise, e di Edoardo Reuss, ex frate
benedettino. Per la Bibbia intera si faceva uso della versione, molto
apprezzata dal Diodati stesso, di Antonio Brucioli, riveduta dal
lucchese Filippo Rustici (1552), anche lui esule a Ginevra.
La
prima edizione completa, in quarto, della Bibbia in lingua italiana con
annotazioni venne pubblicata nel 1607 come "La Bibbia, cioè i libri del
vecchio e del nuovo testamento, nuovamente traslati in lingua italiana, da
Giovanni Diodati, di nation lucchese" e un Nuovo Testamento, senza
annotazioni, apparve nel 1608. Traduce dalle lingue originali, tenendo però
d'occhio la versione di Massimo Teofilo, perché anch'essa dipendente dalle
lingue originali.
Appena
apparve, la versione che il Diodati aveva pubblicata a proprie spese gli era
costata 14 anni di ardua cura, ed ebbe subito gli elogi degli uomini più dotti
del tempo, e anche chi la giudicò severamente dovette riconoscere che il
Diodati aveva fatto un'opera pregevole.
Questi
vennero seguiti quasi trent'anni dopo da una seconda edizione migliorata negli
anni 1640/41. Quest'opera monumentale ha fornito il protestantesimo italiano
della sua versione ufficiale standard della Bibbia. Il merito del Diodati fu
quello di produrre, lui solo, una delle maggiori bibbie del Protestantesimo
europeo, da mettersi sul livello della Bibbia tedesca di Lutero e di quella inglese
autorizzata dal re Giacomo.
Caratteristiche.
Un
aspro critico della sua Bibbia aveva tuttavia affermato: "Il metodo
seguito nella versione è più quello di un teologo e predicatore che di dotto
critico. Egli ha cercato soprattutto la verità significata, togliendo ciò che
per lui era ambigui, quindi egli pone nel testo parole che non compaiono
nell'originale, ma che rendono vera significazioner, parole che giustamente
vengono stampate in caratteri diversi per mostrare come esse siano state
aggiunte per renderlo più intellegibile, ma che non sono di intralcio al senso
del testo. Bisogna ciononostante confessare che, in molti luoghi, egli
spiega con molta più chiarezza di altri traduttori, ma questo non scusa la
grande libertà che a volte si prende nella traduzione".
I
caratteri eccellenti che distinguevano la versione del Diodati erano dunque
molti, in primo luogo la fedeltà, qualità essenziale per interpretare il testo
sacro; in secondo luogo la chiarezza, dovuta all'integrità dei termini usati
dal traduttore ed alle parafrasi che, sebbene molto criticate, non sono meno
utili per il significato del senso biblico; in terzo luogo il valore teologico
delle note e dei commenti che accompagnano la versione, che testimoniano una
profonda conoscenza delle lingue antiche ed una completa comprensione delle
Scritture; ed infine grande eleganza di stile.
Il più
importante aspetto della vita del Diodati venne da lui intrapreso in spirito
di umiltà e di riconoscenza verso Dio. Diodati attribuiva ogni bene che
poteva trovarsi nella sua opera a Dio solo e frequentemente affermava che il
Signore l'aveva aiutato nel suo compito. In questo Diodati si poneva nella
tradizione di Melantone nel fare uno stretto legame fra la guida di Dio e
l'impegno umano nella materia delle traduzioni bibliche. Questo viene bene
illustrato dalla lettera di Giovanni Diodati a J. A. De Thou, scritta durante
il 1607:
...mi
sono proposto con tutte le mie forze e nella più grande coscienza... di aprire
la porta ai nostri italiani alla conoscenza della verità celeste. Nostro
Signore, che mi ha miracolosamente guidato e fortificato in quest'opera, la
fortifichi con la Sua benedizione, alla quale solo addebito la perfezione della
mia opera, e dalla quale solo io confido della sua gloria, a salute di coloro
che Gli appartengono, il che è e sarà sempre l'unico obiettivo a cui dirigerò
tutti i miei sforzi.
Stimolo
immediato dell'opera del Diodati fu la situazione a Venezia durante la prima
parte del 17° secolo, quando v'erano state grandi speranze fra i protestanti
d'Europa che la repubblica si potesse convertire alla fede riformata. C'era
grande necessità di libri protestanti fra l'aristocrazia veneta e Diodati
stesso scrisse al leader ugonotto du Plessis Mornay nel 1609 che: "Un
numero infinito di libri vi sono entrati a fiotti tutti i giorni, e sono
avidamente raccolti tanto che se li strappano l'un l'altro con le mani e con le
unghie".- Diodati tradusse la Bibbia in italiano per venire incontro a
questo bisogno e, per ragioni simili tradusse le opere di Fra Paolo Sarpi e di
Sir Edwin Sandys in francese. La bibbia del Diodati venne distribuita
dall'ambasciatore inglese a Venezia, Sir Henry Wotton, e volle pure che fosse
prodotto un Nuovo Testamento in formato più ridotto per renderne più facile la
diffusione. Wotton venne criticato dai livelli più alti per avere distribuito
la Bibbia del Diodati, ed egli stesso scrisse al conte di Salisbury durante il
1609: "Il Papa ha rinnovato personalmente il suo rimprovero, al nuovo
vescovo residente di Venezia, circa la Bibbia che io ho introdotto nei suoi
stati".
Accoglienza
in Italia. Diodati stesso era particolarmente sensibile a come la sua Bibbia
venisse accolta in Italia. Nel 1635 egli riassicurava la Compagnia dei Pastori
di Ginevra che: "essa ha avuto una grande approvazione da diversi eminenti
personaggi ed in modo particolare da Mons. Scaligero". Nella sua lettera
al Sinodo di Alençon nel maggio 1637, egli disse che: "Vi dirò dunque,
che la divina Provvidenza che, avendomi spinto nei miei primi anni di professione
teologica, si, e quasi dalla mia gioventù fino ad oggi, di tradurre e
commentare la Bibbia italiana, ho avuto un così grande successo... e i
personaggi più eminenti del nostro tempo, hanno tutte raccomandato il mio
povero lavoro, e lo dico non senza arrossire: è la verità che io pubblico
unicamente per la gloria di Dio".
Ancora
una volta Diodati riafferma la sua fede nell'aiuto divino e la sua convinzione
di aver compiuto questo lavoro unicamente per la gloria di Dio. Diodati
assicurava il Consiglio di Ginevra che la sua Bibbia italiana "è stata ben
ricevuta dappertutto". L'introduzione alla pubblicazione in traduzione
inglese delle note della Bibbia del Diodati lo conferma.
Nel
1644 Diodati scrive di nuovo alla chiesa riformata francese che la sua Bibbia
italiana del 1640/41, prodotta con grande lavoro e sforzo da parte sua, era
molto simile alla versione francese del 1644, alla quale egli stava lavorando
da molti anni. La versione italiana, egli scrisse, aveva ricevuto
"un'approvazione universale, persino tra gli ebrei, i cardinali gesuiti
più celebri, altri principali ministri della chiesa romana e di tutti gli altri
senza eccezione.
Le
reazioni cattoliche, a parte dall'ira del Papa alla distribuzione da
parte del Wotton (1607/8) sembra essere stata abbastanza favorevole. L. E. Pan
della Sorbona, nella storia del Canone, si riferisce ad essa con animosità:
"All'inizio circa del nostro secolo, John Diodati, ministro a Ginevra, ci
diede una nuova traduzione italiana dell'intera Bibbia, molto simile
all'edizione francese di Ginevra". Il padre Simon trovò sia del bene che
del male da dire sull'opera del Diodati, ma era lungi dall'esservi
completamente sfavorevole: "Vorrei che coloro che avessero l'interesse di
leggere la traduzione italiana della Bibbia del Adeodates, che è più elegante
di quella francese, e consiglio di leggere anche solo i riassunti dei capitoli
per ottenere un veloce compendio della Bibbia. Accusava però Diodati di fare
una parafrasi della Bibbia, solleticando "la fantasia dei suoi fratelli
settari". Ecco alcune altre reazioni:
"Il
lucchese Giovanni Diodati quanto alla nettezza dell'esposizione meritò sempre
elogi sommi; ed io, nel registrare un volgarizzamento riprovevole, siccome
opera di un seguace delle ginevrine dottrine, lo ricordo siccome ricco di que'
modi di dire di grave e casta semplicità, che provengono alle schiette parole
della divina Scrittura" Bartolomeo Gamba (1776-1841).
"La
lingua della versione e delle note del Diodati è classica, beché alcune forme
non siano del tutto eleganti... Non devo tacere che i clericali scagliarono
calunnie e maldicenze contro il Diodati, stimando lecita la frode e la menzogna
per metterlo in cattiva vista, e per tal modo distornare altrui dal leggerlo;
quasiché la bontà del fine giustifichi l'iniquità dei mezzi... In luogo di
calunniare il Diodati per rimuoverlo dalle mani dei cattolici, tornerebbe per
avventura meglio purgare questa Bibbia del calvinistico veleno di cui è
infetta, e questa edizione corretta e migliorata per promuovere, proteggere e a
quella del Martini sostituire" Monsignor Pietro Emilio Tiboni (1853).
Un'accusa?
Un'altra
accusa rivolta al Diodati, non gli avrebbe certo fatto dispiacere, dato che
accusava il Diodati di rendere il testo semplice per coloro che avevano scarsa
cultura: "Questo gentiluomo, agendo di sua propria iniziativa, non
considera tanto il senso proprio delle parole, così anche il popolano lo
potrebbe comprendere. Non è nemmeno un critico, o un oratore, o un teologo: il
suo unico obiettivo è quello di compiacere il volgo, e fare leva sulle sue
passioni. Le sue note in genere sono abbastanza plausibili, e servono
all'interpretazione di diversi testi della Scrittura".
Le
poche edizioni del 18° secolo della versione Diodati della Bibbia rivelano
l'importanza continuata della sua traduzione. Essa conta così diversi tentativi
di revisione stilistica, come ad es. quella di Giovanni David Muller. Muller,
nella sua introduzione all'edizione del 1744 pubblicata a Lipsia si riferisce
ad essa così: "Traduzione del celebre Giovanni Diodati, la quale, e per
l'accuratezza del testo e per la bellezza dello stile, fu sempre approvata ed
applaudita da tutti i letterati". Darlow e Moule, nel loro catalogo di
Bibbie stampate, rilevano come l'edizione del 1712 a Norimberga, venne
modificata da Mattia d'Erberg. L'edizione del Nuovo Testamento dedicata al Duca
di Sassonia è pure una trevisione basata sulla versione del Diodati. Così gli
studiosi e gli editori del 18. secolo erano pronti ad accogliere la versione
Diodati come lo standard, ma con la modernizzazione del suo linguaggio che già
era divenuto desiderabile nella sua seconda edizione del 1640/41.
La
storia della versione Diodati nel 19. secolo è faccenda complicata, perché è
stata riprodotta diverse volte. La cosa più importante, però, è che l'opera del
Diodati, però, riuscì a sopravvivere secoli dopo la sua morte.
13. Conclusione
A mo'
di conclusione vorrei citare per intero le lusinghiere parole scritte da Maria
Betts nella sua biografia del Diodati, al termine del suo libro, come riassunto
della vita del Diodati.
"A Venezia egli desiderava diffondere fra il
popolo la verità dell'Evangelo e la parola del Signore. In Francia egli cercava
aiuto e soccorso contro il nemico del suo paese, che cercava di far tornare
Ginevra sotto il suo giogo d'errore e di ignoranza. In Olanda egli difendeva il
Calvinismo conttro la teologia venefica che silenziosamente minava le
fondamenta della Chiesa di Cristo. A Ginevra, come cittadino, non lasciava che
mai fosse influenzato da considerazioni personali, e come Consigliere e giudice
ecclesiastico, non aveva mai sacrificato le sue profonde convinzioni alla
pubblica opinione. Non temeva mai di dire la verità dal pulpito, e non temeva
quelli che erano in alta posizione, che erano abituati ad essere lodati da
leccapiedi. Davanti ai magistrati della Repubblica, non era mai venuto meno di
uno iota alle sue convinzioni. Fino agli ultimi istanti della sua vita egli era
come una roccia, sotto la quale le acque scorrono senza posa, ma essa rimane immutabile".
Bibliografia
(da me consultata)
Maria Betts, Life of Giovanni Diodati, Genevese Theologian, translator of
the Italian Bible, Lodon: Chas. J. Thynne, 1905.
Giovanni Luzzi, La Bibbia in Italia - L'eco della riforma nella
repubblica lucchese - Giovanni Diodati, e la sua versione italiana della
Bibbia. Torre Pellice: Claudiana, 1942.
William A. McComish, The Epigones (A
Study of the Theology of the Genevan Academy at the Time of the Synod of Dort,
with Special reference to Giovanni Diodati), Allison Park: Pickwick
Publications, 1989 - 4137 Timberlane Drive, Allison Park, PA 15101-2932.