Un
ebreo ortodosso verso la confessione di Gesù come Messia
OLOCAUSTO
La testimonianza del rabbino polacco Sam Stern ci
incoraggia a pregare per il
popolo ebraico, perché ci rivela che un cuore sinceramente aperto alla ricerca
della Verità, può arrendersi al Messia Gesù, anche quando è stato educato nella
più rigida tradizione talmudica.
Educato ad una rigida osservanza della Legge
Nacqui quando tutto il
mondo era in tumulto durante la guerra mondiale, 1914-18.
Crebbi in una casa di
Ebrei ortodossi molto severi.
Nonostante i miei
genitori fossero poveri, fecero dei sacrifici e mandarono me e i miei tre
fratelli in una scuola ebraica ortodossa privata.
Mio padre era un
rabbino molto devoto, pregava tre volte al giorno nella sinagoga. Il suo più
grande desiderio nella vita era di fare di noi ragazzi dei rabbini.
All’età di sette anni
ero in grado di leggere l’ebraico.
A nove anni ebbi
l’accesso ai cinque libri di Mosè, alla Bibbia Rashi
(commentario) e anche all’antico libro ebraico di giurisprudenza chiamato “Talmud”.
Avevo ormai raggiunto
gli undici anni; il Talmud aveva eclissato tutti gli altri libri e divenne il
mio principale libro da quel momento in poi.
Ero sotto la tutela di
mio padre fino ai tredici anni, ma poi sarei stato libero. Sarei stato portato
infatti alla sinagoga dove mio padre avrebbe ringraziato Dio perché non sarebbe
più stato responsabile dei miei peccati,
In attesa del Messia liberatore
La mia famiglia viveva
in una piccola città in Polonia;
cinquecento Ebrei e ottocento famiglie polacche vivevano lì, divise dalla
cultura, dalla lingua e dalla religione.
Agli Ebrei non era
stato dato il privilegio di lavorare per il governo né per l’agricoltura o in
fabbrica.
Eravamo due popoli che
vivevano in un solo territorio, sotto lo stesso cielo polacco, che mangiavano
lo stesso pane polacco e respiravano la stessa aria polacca, eppure eravamo
come estranei l’uno per l’altro, come l’est lo è per l’ovest.
Crescendo, inevitabilmente,
venni a contatto con dei “Gentili” e da loro, fui preso qualche volta a sassate
mentre gridavano: “EBREO, EBREO!”.
Mia madre mi spiegò la
ragione: “Loro sono cristiani, e i cristiani odiano gli Ebrei; ma quando il
nostro Messia verrà, noi saremo la testa e non la coda. Allora noi torneremo in
Palestina e nessuno ci perseguiterà, mai più”.
“Ma quando verrà il
Messia?” — chiesi.
“Noi non sappiamo
esattamente quando, ma Lui verrà un giorno, allora le nostre sofferenze, che
sono nelle mani dei cristiani, avranno fine”.
La speranza del Messia mi accompagnò per tutta la vita, mi diede la forza di
sopportare le sofferenze e umiliazioni da parte dei Gentili che erano nel mio
vicinato.
Dopo il mio “Bar Mitzvah”(cerimonia che segna il passaggio dall’adolescenza
all’età adulta, che avviene all’età di tredici anni, n.d.t.),
fui mandato ad un’altra scuola rabbinica e per nove anni studiai i sessanta
libri del Talmud per poter diventare un Rabbino.
All’età di ventidue,
venni considerato un “lamdan” che significa un
uomo che ha studiato il Talmud.
Il dramma del secondo conflitto mondiale
Nel settembre del 1939,
scoppiò la seconda guerra mondiale e io avevo appena ricevuto il mio diploma
rabbinico chiamato “Smicha”.
Avevo programmato di
sposarmi e diventare un leader religioso di Israele per fare un buon uso di
tutta la mia conoscenza, per guidare i miei compagni ebrei nelle vie del Talmud
e nelle tradizioni rabbiniche.
Un piano alternativo
era di lasciare la Polonia, magari per emigrare in un paese dell’America Latina
dove il bisogno di rabbini era maggiore.
La guerra distrusse
tutti i miei piani.
La mia stessa vita era
in pericolo come quella di tutti gli Ebrei europei.
A settembre i soldati
tedeschi entrarono nella nostra città.
La vita non sarebbe mai
stata più la stessa e presto divenne insopportabile per gli Ebrei polacchi.
Ogni ebreo era
condannato a morire.
Anche se tutti gli
uomini fossero scrittori e tutti gli Ebrei fossero penne, non sarebbe possibile
descrivere in modo adeguato quello che i nazisti fecero agli Ebrei in Polonia e
nel resto dell’Europa.
In sei anni sei milioni
di ebrei, fra i quali un milione di bambini, furono uccisi.
Un terzo della
popolazione ebraica nel mondo era stato annientato.
Qua e là ci furono
famiglie polacche coscienziose che salvarono un ebreo nascondendolo e
cibandolo, ma il numero di queste persone buone fu tragicamente piccolo.
Solo al mondo!
Finalmente, nel maggio
del 1945, la guerra finì.
Ero in un campo di
concentramento ma ero sopravvissuto.
Avevo una gran speranza
di rivedere i miei parenti.
Misi avvisi pubblici
sui quotidiani e andai in diverse istituzioni e, alla fine di questa ricerca,
scoprii, con grande sofferenza, che tutti i miei cari erano morti.
Arrivai ad ammettere
con amarezza il fatto che ero solo al
mondo, senza un amico, che non appartenevo a nessuno e che nessuno
apparteneva a me.
Non ci potevo credere:
non avrei rivisto i miei genitori, mia sorella, i miei fratelli, i miei zii e i
miei cugini!
Incominciai a cercare
un amico in questo strano nuovo mondo, ma non era una sorpresa il rendermi conto
che nessuno poteva riempire il vuoto di una vera mamma, nessuno poteva
sostituire il suo cuore o l’onore di un padre.
Ero deluso e disperato.
Alzai gli occhi al
cielo e feci una domanda: “Perché? Perché un terzo della nazione di Dio era
stata messa a morte dai nazisti? Dov‘era Dio quando dei piccoli innocenti
piangevano e chiedevano aiuto e i nazisti assassini alzavano brutalmente le
loro mani per ucciderli? Perché Dio era in silenzio in quei terribili momenti
per il Suo popolo eletto?”.
Da quando capii di essere rimasto solo in Polonia, decisi di andare in
America.
Pensai che forse in un paese nuovo avrei dimenticato il terribile passato e
incominciato una vita nuova.
Per andare in America,
dovetti passare prima in Germania.
Nell’aprile del 1945 arrivai
in un campo ebraico vicino al confine austriaco della Germania.
Mi registrai come
rabbino e incominciai a lavorare come assistente rabbi.
Incoerente ed infelice
Sebbene lavorassi come
insegnante del Talmud nella sinagoga, nel mio cuore c’era un grande conflitto.
La domanda del perché
Dio avesse permesso a sei milioni di Ebrei di morire, si affacciava ogni giorno
nella mia mente, e non se ne andava via.
Insegnavo le dottrine
che mi erano state insegnate ma ora non ero più sicuro che fossero vere.
Ad esempio, avevo
l’abitudine di affermare: “Se noi Ebrei vogliamo esistere e sopraffare i
nostri nemici, dobbiamo mantenere santo il giorno dello «shabbat»
“, ma nel mio cuore sapevo che la maggior parte delle vittime di Hitler aveva mantenuto santo il giorno del riposo, eppure
questo non li aveva protetti dall’essere uccisi.
Non avevo più nessuna
prova o certezza.
Persi la mia fede nelle
tradizioni dei Talmud, nella legge e negli argomenti pro o contro.
Ero in cerca della verità ma non riuscivo a trovarla.
Ogni volta che c’era
una festa si andava in sinagoga e si pregava Dio, confessando i peccati e si
chiedeva perdono.
Dicevamo: “A motivo dei nostri peccati siamo
stati portati fuori dalla nostra terra”.
La confessione dei
nostri peccati era parte molto importante delle nostre preghiere.
Il libro di preghiera degli Ebrei cita diversi tipi di peccati che ogni ebreo
deve confessare nelle sue preghiere giornaliere.
Il giorno più solenne
della preghiera è lo Yom Kippur (giorno dell’espiazione), una sera durante la
quale ogni giudeo che abbia compiuto tredici anni deve recitare quarantacinque
confessioni chiamate “Al chets”.
Dopo la confessione, il
Shach Lana” (“Perdonaci!”) è gridato da
tutta la congregazione.
Quando recitavo queste
preghiere, mi sentivo infelice e
insoddisfatto perché sapevo dalla Bibbia che la confessione da sola non
perdona i peccati.
Sapevo che se volevo
che i peccati fossero perdonati, doveva essere offerto un sacrificio chiamato “Korban”.
Il Levitico parla del Korban molte volte (Levitico 5:17-19).
Non ero sicuro che agli
occhi di Dio, la preghiera dello Yom Kippur avesse significato, perché sapevo che subito dopo la
confessione e le preghiere, ognuno tornava al proprio modo di vita peccaminosa.
Mi sembrava che mentre
confessavamo i nostri peccati nella sinagoga, noi prendevamo in giro Dio.
Parlavamo con le nostre
labbra di pentimento ma non lo provavamo nei nostro cuore.
Mi sentii infelice per il mio stato spirituale
mentale.
Persi la fede nel
genere umano e nell’insegnamento rabbinico.
Mi sentii miserabile
sapendo che io, come rabbino, stavo insegnando alla gente cose in cui non
credevo.
Conoscevo
l’insegnamento del Talmud, i dibattiti scolastici e le leggi, le regole e i
regolamenti circa lo shabbat, il vestirsi e il
lavarsi: tutte conoscenze che in realtà per me significavano davvero molto
poco.
Realizzai che avevo bisogno di una vera e solida verità
spirituale per la quale vivere come giudeo.
Ma qual’era
la verità?
Non lo sapevo.
Guardai al mio popolo
come ad un gregge di pecore senza pastore.
Vidi che duemila anni
di insegnamento materialista del Talmud non avevano potuto salvare nessun ebreo
dalla distruzione.
L’incontro che avrebbe cambiato la mia vita
Una sera di primavera,
camminavo da qualche parte in Islanda.
Mi guardavo in giro
senza una mèta precisa, solo, respirando una fresca aria primaverile.
Mentre passeggiavo, notai alcuni giovani vicino ad un negozio che aveva al suo
esterno una scritta.
Attirarono la mia
attenzione così presi i foglietti che stavano distribuendo.
Siccome non sapevo
leggere l’inglese, decisi di entrare nel negozio e scoprire che tipo di
svendita stesero facendo.
Quando entrai fui
sorpreso di vedere che non c’era niente in svendita.
Con gran stupore notai
che tutti erano seduti con gli occhi chiusi e le mani giunte.
“Ma cosa sta
succedendo?” — mi chiesi.
Aspettai fino a quando
tutti non ebbero finito.
Un ragazzo venne a
parlare con me, ma non lo capii. Gli dissi che parlavo solo tedesco e l’Yddish (l’Yddish è la
lingua degli Ebrei dell’Europa dell’est, n.d,t.).
Attraverso alcuni gesti
gli spiegai che sarei tornato il prossimo mercoledì.
Mi fu promesso che
l’incontro sarebbe stato organizzato in modo che fosse presente anche una
persona che parlava tedesco e che avrebbe potuto così spiegarmi che cosa era quella organizzazione.
Il mercoledì successivo
un signore tedesco era lì per me.
Mi diede la mano amichevolmente
e in tedesco mi disse: “Questa è una missione per gli Ebrei”.
“Che cos’è una
missione?” — chiesi.
“Il Signore ci ha mandato
agli Ebrei per far loro sapere che Dio li ama e vuole che vengano salvati!”
“Che cosa vuoi dire con
la parola «salvati»? Come puoi parlare di amore dopo la tragedia che è piombata
addosso agli Ebrei europei?” — chiesi.
Mi sorrise e disse: “So
come ti senti, ma i veri cristiani, i seguaci di Gesù, amano gli Ebrei e tutti
quelli che fanno loro del male non sono dei veri cristiani
Replicai: “Dov’erano
tutti quelli che portavano le croci e avevano ritratti di santi esposti nelle
loro case? Non erano i preti, i sacerdoti che incitavano il popolo contro gli
Ebrei?”
Mi guardò e disse: “il
Signore insegna che dobbiamo amare i nostri nemici per mostrare amore a coloro
che ci odiano. Tutti quelli che non ubbidiscono all’insegnamento del Signore
non sono Suoi seguaci”.
Poi mi diede un Nuovo
Testamento in Yiddish e mi disse: “Leggilo e troverai il vero insegnamento
di Cristo”.
Immerso nella lettura del Nuovo Testamento
Nelle due notti che
seguirono ebbi molto da leggere: ogni riga, ogni pagina, era una grande rivelazione per me.
Incominciando con il Vangelo
di Matteo fui sorpreso di leggere che Gesù è della stessa genealogia di Abramo
e Davide.
Notai anche che quasi
in ogni pagine erano ripetute le parole: “Come sta scritto”, il che
significa che quanto raccontato in riferimento alla vita di Cristo era già
scritto nella nostra Bibbia giudaica.
Per esempio, al
capitolo 7 e versetto 1 4 del libro di Isaia, lessi che il Messia sarebbe nato
da una vergine, così come accaduto a Gesù e raccontato da Matteo.
Nel secondo capitolo,
sempre di Matteo, lessi che il Messia era nato a Betlemme, proprio nella città
in cui sarebbe dovuto nascere secondo quanto sta scritto in Michea al capitolo
5 e versetto 2.
Vidi anche che fu
costretto a visitare l’Egitto per ritornare poi in Galilea, proprio come è
scritto in Osea al capitolo il e versetto 1.
Sembrava che nelle
pagine del vangelo di Matteo ci fossero dei costanti riferimenti al Vecchio
Testamento.
Mi è sembrato chiaro a quel punto che il
libro che stavo leggendo, chiamato Nuovo Testamento,
effettivamente l’adempimento del Vecchio Testamento.
Gesù è il Messia che fin da bambino
attendevo!
Quando arrivai a questa
convinzione, proprio in quel momento divenni un ebreo credente in tutta la Bibbia.
Ringraziai Dio per
avermi guidato ad incontrare le persone della “Missione per gli Ebrei” e decisi
di dedicare la mia vita al Messia.
Mancavano pochi giorni alla Pasqua.
Il missionario che
avevo conosciuto in Islanda mi diede l’indirizzo di un credente ebreo che
viveva a New York.
Non avevo mai
incontrato una persona così prima di allora.
Come lo contattai, lui
mi invitò a casa sua.
Mi accolse salutandomi
con “Shalom Aleichem” che significa “Pace a
voi!”.
Leggemmo insieme il
Nuovo Testamento in Yiddish; dopo un po’ mi disse che voleva dedicarmi una
poesia intitolata: “il sofferente” e me la lesse.
Poi mi chiese: “Chi
è il soggetto in questa poesia? Chi ha sofferto per i nostri peccati?“
Io risposi: “E’ probabilmente riferito a Gesù Cristo”.
Poi disse: “Ho
appena fotocopiato e letto per te il
53° capitolo di Isola, il profeta che aveva scritto del Messia molto tempo
prima che Egli nascesse sulla terra”.
Immaginate la mia
sorpresa e lo shock!
Quello che lui
pretendeva fosse un poema era in effetti un capitolo della Bibbia giudaica.
Non avevo mai letto
lsaia 53.
Quel giorno mostrai la
stessa “poesia” ad amico a New York.
Non sapeva che fosse un
capitolo dì Isaia.
La sola conclusione che
afferrai fu che il motivo principale per cui i Rabbini e altri Ebrei non
conoscono il Messia, il Salvatore del Vecchio e Nuovo Testamento è perché non
conoscono la Bibbia.
La stessa sera tornai
all’incontro missionario a New York e raccontai che credevo nella Bibbia e nel
Signore Gesù. Ci inginocchiammo insieme e pregammo per il perdono del mio
peccato e per la mia salvezza.
Da peccatore pentito
accettai il Signore Gesù come mio personale Salvatore.
Che cambiamento avvenne
in me!!!
Ero così felice!!
Sentii pace, gioia e
felicità che non avevo mai provato prima.
Ero una nuova persona.
Quando tornai a casa,
presi la Bibbia e essi di nuovo il 53° capitolo di lsaia più e più volte.
Mentre leggevo mi
meravigliavo pensando come mai non avessi mai letto prima quel capitolo.
Era ovvio che noi
Giudei, non potevamo considerarci credenti nella Bibbia dal momento che
trascuriamo questo capitolo del libro di lsaia.
Mentre continuavo a
leggere, mi sembrò chiaro che la profezia di lsaia esprimesse il piano glorioso di Dio di perdono e riconciliazione
con Lui e che presentasse la salvezza in modo molto più chiaro e convincente
rispetto ad altri passaggi della Scrittura.
Andai a Los Angeles e
incominciaci la mia educazione americana.
Più tardi andai al
college, e finalmente al Biola College.
Chiesi di essere
battezzato, avendo già nel cuore il desiderio di diventare predicatore del
Vangelo.
Feci tanta strada.
Con Gesù il mio Messia,
sentivo la differenza tra camminare nelle tenebre e camminare nella luce.
Da quel giorno, il mio
desiderio è che altri dei miei compagni giudei possano venire alla conoscenza
del Salvatore che è annunciato fin da Isaia 53!
Rabbi Sam Stern
Warzaw (Polonia)