Giustificato
soltanto per fede
Lutero (1483-1546) era un
monaco agostiniano che si studiava di seguire scrupolosamente le regole del suo
ordine sottomettendo il suo corpo ad un duro regime di mortificazioni. Nel 1510
egli venne a Roma per sbrigare degli affari del suo ordine, e qui credeva di
trovare un clero ed un popolo profondamente religiosi, invece vi trovò
sacerdoti ignoranti che celebravano la messa rapidamente e senza alcuna
devozione, e le donne che nei luoghi di culto della chiesa cattolica tenevano
un contegno vergognoso. Visto ciò rimase indignato, disgustato e convinto del
bisogno di una riforma in seno alla chiesa cattolica romana.
Dopo essere tornato in
patria, tra il 1513 e il 1517 meditando le Scritture fu persuaso dal Signore
che solo la fede in Cristo poteva giustificare l’uomo davanti a Dio, e
nell’accettare questa verità si sentì rinascere. Ecco cosa scriverà in seguito
Lutero su quella esperienza che cambierà il corso della sua vita: ‘Ero stato infiammato
dal desiderio di intendere bene un vocabolo adoperato nella Epistola ai Romani,
al capitolo primo, dove è detto: ‘La giustizia di Dio è rivelata
nell’Evangelo’; poiché fino allora lo consideravo con terrore. Questa parola:
«giustizia di Dio» io la odiavo, perché la consuetudine e l’uso che ne fanno
abitualmente tutti i dottori mi avevano insegnato ad intenderla
filosoficamente. Intendevo la giustizia che essi chiamano formale o attiva,
quella per la quale Dio è giusto e punisce i colpevoli. Nonostante
l’irreprensibilità della mia vita di monaco, mi sentivo peccatore davanti a
Dio; la mia coscienza era estremamente inquieta, e non avevo alcuna certezza
che Dio fosse placato dalle mie opere soddisfattorie. Perciò non amavo quel Dio
giusto e vendicatore, anzi, lo odiavo (...). Ero fuori di me, tanto era
sconvolta la mia coscienza; e rimuginavo senza tregua quel passo di Paolo,
desiderando ardentemente sapere quello che Paolo aveva voluto dire. Finalmente,
Dio ebbe compassione di me. Mentre meditavo giorno e notte ed esaminavo la
connessione di queste parole: ‘La giustizia di Dio è rivelata nell’Evangelo
come è scritto: «Il giusto vivrà per fede», incominciai a comprendere che la
giustizia di Dio significa qui la giustizia che Dio dona, e per mezzo della quale
il giusto vive, se ha fede. Il senso della frase è dunque questo: l’Evangelo ci
rivela la giustizia di Dio, ma la giustizia passiva, per mezzo della quale Dio,
nella sua misericordia, ci giustifica mediante la fede, come è scritto: «‘Il
giusto vivrà per fede». Subito mi sentii rinascere, e mi parve che si
spalancassero per me le porte del paradiso. Da allora la Scrittura intera prese
per me un significato nuovo (...). Quanto avevo odiato il termine: «giustizia
di Dio», altrettanto amavo ora, esaltavo quel dolcissimo vocabolo. Così quel
passo di Paolo divenne per me «la porta del paradiso».
Lutero capì allora che tutti
i suoi sforzi che aveva fatto da monaco per essere giustificato da Dio, cioè i
digiuni, le preghiere, le veglie, erano stati inutili perché bastava solo la
fede per ottenere la giustificazione. Ecco cosa dirà Lutero a tal proposito:
‘Io fui un buon monaco ed osservai la disciplina del mio ordine così
rigorosamente da poter dire che, se mai un monaco avesse potuto andare in cielo
per la sua disciplina monastica, quello ero io. Tutti i frati del monastero lo
possono confermare (...) Tuttavia la mia coscienza non mi dava la certezza,
anzi, dubitavo continuamente e mi dicevo.
«Questo non l’hai fatto bene.
Non eri abbastanza contrito …quest’altro non l’hai confessato!».
«Quanto più mi sforzavo di
guarire con tradizioni umane questa mia coscienza dubbiosa, incerta e turbata,
tanto più la ritrovavo, giorno per giorno, più dubbiosa, più debole e più
turbata».
Ed ancora: «Sono stato monaco
per vent’anni e mi sono talmente mortificato con preghiere, digiuni, veglie,
col non attribuire alcuna importanza all’inverno, al freddo, che da solo
avrebbe potuto farmi morire; mi sono talmente torturato che per nulla al mondo
vorrei ricominciare, quand’anche lo potessi. Se fossi rimasto in convento, per
me sarebbe giunta ben presto la fine. Durante i quindici anni che sono stato
monaco, mi stancavo a dir la messa tutti i giorni, mi sfinivo con i digiuni, le
veglie, le preghiere e con altre pratiche estremamente penose. Dal mondo tutte
queste pratiche esteriori degli ebrei, dei turchi, dei papisti sono osservate
con la più grande serietà, ed anch’io sotto il papismo mi sarei ben guardato
dal riderne o dal farne beffe. Ebbene, chi lo crederebbe? Tutto ciò è fatica sprecata...
Chi avrebbe creduto che tutto questo era una perdita di tempo e che un giorno
sarei giunto a dirmi: I miei vent’anni di vita monastica sono perduti? Al
convento non ci sono stato che per perdere la mia anima, la mia vita eterna, la
salute fisica... Con l’astinenza noi pensavamo, noi volevamo diventare tanto
meritevoli da uguagliare il prezzo del sangue di Cristo ed io pure nella mia
follia questo credevo. Non sapevo, allora, che Dio voleva che io avessi cura
del mio corpo e che non confidassi nella temperanza. Io mi sarei ucciso coi
digiuni, con le veglie e la resistenza al freddo. Nel cuore dell’inverno non
portavo che un abito leggero, gelavo quasi, tanto ero pazzo e stolto. Perché in
convento mi sono sottoposto alle austerità più dure? Perché mi sono afflitto il
corpo con i digiuni, le veglie, il freddo? Perché io cercavo di giungere alla
certezza che queste opere mi ottenevano il perdono dei peccati».
Lutero, dopo avere fatto
questa preziosa scoperta, si scontrò nel 1517 con il domenicano Tetzel che si
era messo a vendere le indulgenze nei pressi di Wittenberg dove lui insegnava.
Il messaggio del Domenicano era: «Tosto che il denaro suona nella cassetta,
l’anima balza fuori del purgatorio». In quello stesso anno Lutero affiggeva
alla cattedrale di Wittenberg le sue 95 tesi con le quali condannava gli abusi
del sistema delle indulgenze e si dichiarava pronto ad un dibattito
sull’argomento. Inizialmente quindi, Lutero attaccò gli abusi del sistema delle
indulgenze pensando di riformarlo (in effetti, leggendo le sue 95 tesi si può
vedere che lui non negò al papa il potere di concedere le indulgenze come
neppure il diritto da parte del popolo di acquistarle; cosicché si deve
concludere che ancora non gli era pienamente chiara la via di Dio), e da ciò si
deduce che egli inizialmente non aveva in mente di separarsi dalla chiesa
cattolica romana ma solamente di riformarla al suo interno.
Ma poco tempo dopo,
convintosi che per operare una riforma che permettesse agli uomini di ritornare
al Vangelo era necessario separarsi dal sistema instaurato dalla chiesa romana,
egli attaccò il primato del papa, la dottrina dei sette sacramenti quali mezzi
per ricevere la grazia perché affermava che si viene giustificati per sola
fede, e il sistema gerarchico nella chiesa perché diceva che in virtù della
fede ogni credente è un sacerdote. Fu allora che il papa reagì emettendo, nel
giugno del 1520, contro Lutero la bolla Exurge Domine (con cui il papa
condannava gli«errori» e gli scritti di Lutero e lo minacciava di scomunica se
non avesse ritrattato entro 60 giorni), che fu bruciata pubblicamente (e con
essa bruciò i libri di diritto canonico) da Lutero sulla piazza di Wittenberg,
dicendo: «Poiché tu hai turbato il Santo del Signore, così il fuoco eterno ti
molesti e consumi».
In seguito, ai primi di
gennaio del 1521 Roma emanò la bolla Decet Romanum Pontificem con cui
Lutero veniva colpito dalla scomunica.
Lutero fu poi convocato
dall’imperatore Carlo V alla Dieta imperiale di Worms nel 1521 per rispondere
in merito alle sue teorie e ritrattare le sue affermazioni. Lutero vi andò ma
non volle abiurare, rimase fermo. Alla domanda riguardante la sua ritrattazione
egli rispose:«Nei miei scritti non c’è nulla di biasimevole: Roma esercita in
Germania la tirannia» e concluse dicendo:«Non posso e non voglio ritrattarmi,
perché non è né sicuro né sincero agire contro la propria coscienza. Che Dio mi
aiuti. Amen».
Sulla via del ritorno dalla
Dieta fu rapito da alcuni suoi amici e messo nel castello di Wartburg di
proprietà di Federico il Saggio, un principe che lo difendeva e proteggeva. Qui
rimarrà circa diciotto mesi, durante i quali tradurrà in tedesco il Nuovo
Testamento, dopo di che tornerà a Wittenberg e si rimetterà a predicare contro
le dottrine papiste. Dopo la sua partenza da Worms la Dieta imperiale emanò un
editto con cui Lutero veniva messo, assieme ai suoi scritti, al bando
dell’Impero, e chi lo incontrava veniva esortato a consegnarlo nelle mani
dell’autorità imperiale. Ma questo editto contro Lutero per svariati motivi non
fu mai messo in atto.
Tratto dal libro La Chiesa Cattolica Romana, ( scritto da Giacinto Butindaro) Roma 1998, pag. 136-138