INVOCAMI

NELLA DISTRETTA

 

Eravamo sposati da soli cinquanta giorni, quando mia moglie mi informò che aspettava un bambino.

Guardavamo alla vita e al nostro futuro con grande fiducia.

Il Signore aveva benedetto in un modo meraviglioso la nostra unione. In chiesa avevamo entrambi delle responsabilità.

Con l’aiuto dei nostri genitori e dei nostri risparmi avevamo comprato una casa.

Io avevo un lavoro che svolgevo con passione.

I nostri programmi ed i nostri desideri venivano puntualmente presentati al Signore in preghiera e scoprivamo come in breve tempo Dio esaudiva le nostre richieste.

Tutto questo non faceva altro che aumentare il nostro amore per Lui, tuttavia la nostra vita e la nostra fiducia in Dio stavano per essere messe alla prova.

Mancavano due mesi alla nascita del bambino, quando improvvisamente un pomeriggio mia moglie cominciò a star male. Sentii un grido di aiuto che proveniva dal bagno e quando aprii la porta il volto di mia moglie era pallido, sudato, spaventato.

Capii subito che si trattava di un parto prematuro.

Nel giro di pochi minuti il nostro universo di serenità e di tranquillità sembrò andare in frantumi. La corsa in ospedale, il ricovero, l’attesa, tutto avvenne in tempi brevi.

Dopo diverse ore il ginecologo freddamente mi informò che mia moglie aveva dato alla luce una bambina di 1 chilo e 700 grammi ma subito aggiunse che era già stata trasportata d’urgenza in un altro ospedale attrezzato per la rianimazione neonatale in quanto l’indice di vitalità era molto basso.

Salutai mia moglie all’uscita della sala parto e poi corsi subito a vedere la bambina.

Era già mezzanotte.

Quando giunsi nei pressi dell’incubatrice, alla vista di quell’essere piccolo piccolo ripetevo a me stesso che quella non poteva essere la mia bambina.

Sostai soltanto per pochi minuti, poi qualcuno mi prese per un braccio e mi condusse fuori mentre una miriade di tubicini e di flebo ricoprivano quel minuscolo corpo.

Le poche ore che mi separavano dall’alba le trascorsi pregando e piangendo davanti al Signore.

La mattina incontrai il primario di reparto che mi condusse nella sua stanza e subito mi disse: “Non so se sua figlia ce la farà a vivere. Le sue condizioni tendono a peggiorare di ora in ora”.

Quelle parole trovarono piena conferma col passare delle ore e dei giorni. La bambina infatti entrò in uno stato di sopore. A ciò si aggiunse una complicanza renale che fece gonfiare il suo piccolo corpicino.

In quei giorni le praticarono quattro trasfusioni di sangue in circolo.

La sofferenza della bambina aumentò quando attraverso il cordone ombelicale si instaurò una grave infezione che raggiunse l’anca destra con conseguente formazione di liquido che spinse l’osso al di fuori della sua sede naturale. Per questa ragione la sua minuscola gamba fu messa in trazione.

Nel frattempo le chiese di Bari cominciarono a pregare e a chiedere a Dio il Suo intervento. In seguito altre comunità d’Italia si associarono nella preghiera.

I giorni nel frattempo passavano senza alcun apparente miglioramento.

Ogni volta che varcavo la soglia del reparto mi chiedevo se mia figlia era ancora viva. Puntualmente il primario mi informava sulle condizioni in cui versava Tabita (così avevamo deciso di chiamarla nutrendo la certezza che Dio sarebbe intervenuto alla stessa maniera in cui aveva operato a favore del personaggio biblico descritto nel libro degli Atti).

Trascorrevo circa quindici ore al giorno vicino all’incubatrice senza mai osare di stendere la mano e toccare quel corpicino inerme. Fu una mia collega infermiera ad aprire lo sportello dell’incubatrice ed a costringermi ad accarezzare la testa, il viso, le labbra della mia bambina. Quel contatto epidermico mi spinse a pregare ancora maggiormente il Signore.

Qualche giorno dopo il Signore operò nella mia vita per mezzo della Sua Parola e mi fece comprendere che se io amavo Tabita, Egli la amava ancor di più e le parole che lessi: “Io sono la risurrezione e la vita” divennero per me una reale promessa.

Dopo quarantadue giorni Tabita fu dimessa dall’ospedale.

Quando assieme a mia moglie e alla bambina rientrammo a casa, la prima cosa che facemmo fu quella di piegare le nostre ginocchia e ringraziare il Signore per la Sua bontà.

Grazie a Lui la nostra famiglia era di nuovo unita.

Ora Tabita ha otto anni, è una bambina normalissima, vivace, allegra e affettuosa.

Attraverso questa prova non soltanto la fiducia in Dio è aumentata, ma anche il nostro rapporto di comunione con Lui è diventato ancora più intimo.

Nel ringraziare quanti hanno pregato ed interceduto instancabilmente per noi, esprimiamo dalla profondità del nostro cuore la nostra gratitudine innanzitutto al nostro grande Iddio e Salvatore, Gesù Cristo.

 

Domenico e Ginetta Modugno

 

tratto da «Risveglio Pentecostale»