Strumenti per il
Suo lavoro
«Ecco, Io ho creato il fabbro che soffia nel
fuoco sui carboni
e ne
trae uno strumento per il suo lavoro» (Isaia 54:76)
Un dizionario ci offre
una definizione di strumento o utensile: “arnese
atto all’esecuzione di determinare operazioni proprie di un arte, di un
mestiere o di una tecnica”.
Ci sono delle
operazioni che l’uomo non può compiere a mani nude con le sue sole forze e che
necessitano dell’ausilio di semplici strumenti.
Provate a piantare un
chiodo, ad avvitare una vite o a recidere un grosso ramo senza lo strumento
adatto quale fatica e quale misero risultato!
Strumenti semplici come
un martello, un cacciavite, una sega aiuteranno egregiamente nel compiere le
operazioni desiderate.
Se nel campo fisico e materiale la necessità di strumenti per il lavoro può
risultare ovvia, nel campo spirituale può sembrare strano che si possa parlare
di utilizzare degli strumenti per
coltivare il proprio rapporto personale con Dio.
Conosciamo dalla Parola
di Dio che «Dio è spirito; e quelli che l’adorano,
bisogna che l’adorino in spirito e verità» (Giovanni 4:24), ne
consegue che, non essendoci altro intermediario fra Dio e l’uomo che Cristo
Gesù (1 Timoteo 2:5), apparentemente non si intravede la necessità di strumenti
che si frappongano fra l’uomo e Dio nel rapporto con Lui.
Possiamo, però,
paragonare il credente stesso ad uno strumento che, se ben completo, è utile al
Maestro nella Sua opera.
Consideriamo che quasi
tutti gli strumenti semplici sono costituiti, in genere, da due parti.
·
Il martello ha una testa pesante e un manico che permette
di maneggiarlo e trasformare la forza applicata in energia d’urto.
·
Il cacciavite è costituito dall’impugnatura e dalla punta
che viene scelta a seconda del tipo di vite da avvitare.
·
La sega tagliente utilizza denti frastagliati e taglienti
in acciaio per attaccare il legno senza ferire la mano dell’operaio se
impugnata correttamente.
·
La tenaglia è costituita da due parti uguali e speculari
fra loro, che imperniate lavorano in contrapposizione, permettendo di afferrare
saldamente oggetti o di tranciare fili di metallo tra le forti ganasce.
La tenaglia è una bella
figura di strumento per il credente.
Se anche il credente è costituito da due parti ben connesse fra loro risulterà
uno strumento efficiente:
·
da una parte la preghiera, dall’altra il servizio;
·
da una parte la frequenza attiva agli incontri della
propria comunità, dall’altra le visite e la cura dei rapporti personali con i
credenti;
·
da una parte la separazione dal mondo, dall’altra la vita
di testimonianza nel mondo.
Gesù deve essere il
fulcro che impernia queste due parti del credente, solo così potremo essere uno
strumento completo e funzionante.
Se manca il perno
centrale, le due parti di una tenaglia risulteranno inservibili, se manca Gesù
nella nostra vita di credenti, le nostre opere saranno vane.
«Riteniam fermamente la
confessione della nostra speranza, senza vacillare; perché fedele è Colui che ha fatte le promesse. E
facciamo attenzione gli uni agli altri per incitarci a carità e a buone opere,
non abbandonando la nostra comune adunanza come alcuni son
usi di fare, ma esortandoci a vicenda; e tanto più, che vedete avvicinarsi il
gran giorno» (Ebrei 10:23-25).
Nella
preparazione artigianale di una tenaglia il fabbro, alla forgia prima riscalda
la barra di ferro, che poi lavora coi martello all’incudine fino ad ottenere il
primo pezzo della tenaglia; ne farà successivamente un altro simile al primo,
che poi indurirà superficialmente con il procedimento della tempra che consiste
nel riscaldare molto e nel raffreddare rapidamente i pezzi mediante
l’immersione in olio.
Il Signore desidera lavorarci per fare di noi degli strumenti atti al servizio.
Durante la lavorazione
i colpi potrebbero allarmarci, la separazione dai miraggi del mondo
preoccuparci, ma non temiamo: siamo nelle mani del migliore Artigiano, che ci
conosce molto bene, dato che ci ha fatti.
«Ma ora così parla l’Eterno, il tuo Creatore, o Giacobbe, Colui che
t’ha formato, o Israele! Non temere, perché Io t’ho riscattato, t’ho chiamato
per nome; tu sei Mio!» (Isaia 43:1).
Una volta lavorati,
desideriamo di essere temprati ed immersi nell’olio, figura dello Spirito
Santo, per ricevere quella potenza dall’alto di cui necessitiamo per
testimoniare con efficacia.
Quando i pezzi sono lavorati e temprati, vengono finalmente imperniati l’uno
cori l’altro mediante un cardine che si adatterà con precisione nello spazio
preparato, permettendo finalmente di avere lo strumento completo, pronto per
l’utilizzo.
Per noi quel cardine è
Gesù.
Il Suo posto è il
nostro cuore.
Se Gesù non dimora in
noi, invano ci affaticheremo in questa vita, «Se l’Eterno non edifica la casa, invano vi si affaticano gli edificatori;
se l’Eterno non guarda la città, invano vegliano le guardie. Invano vi levate
di buon’ora e tardi andate a riposare e mangiate il
pan di doglie; Egli dà altrettanto ai Suoi diletti, mentr’essi dormono» (Salmo
127:1-2).
Solo se Gesù lavora la
nostra vita preparandoci per servirLo e se dimora in
noi diventando il fulcro attorno al quale ruotano le nostre attività, i nostri
pensieri, i nostri interessi, potremo diventare strumenti adatti all’uso per il
Maestro.
Allora «seguitando verità in carità, noi
cresciamo in ogni cosa verso Colui che è il capo, cioè Cristo. Da Lui tutto il corpo
ben collegato e ben connesso mediante l’aiuto fornito da tutte le giunture,
trae il proprio sviluppo nella misura del vigore d‘ogni singola parte, per
edificare se stesso nell’amore» (Efesini 4:15-16).
Desideriamo
ardentemente una sana crescita spirituale personale, ricerchiamola nel nostro
rapporto personale e comunitario con Dio, coltiviamo la conoscenza col nostro
Redentore: sarà di benedizione per la nostra vita e saremo di incoraggiamento
per quanti ci circondano!
L. F.
Tratto da «IL BOLLETTINO» Marzo
1999