Ringrazia il Signore
(Luca 17:11-19)
Sappiamo
dalla Parola di Dio che fra Giudei e Samaritani non c’erano relazioni.
Vi erano
grandi differenze di usi e consuetudini fra i due popoli: gli uni adoravano Dio
nel tempio di Gerusalemme, gli altri sul monte Garizim.
Gesù
rivelò alla donna samaritana presso il pozzo di Giacobbe che “i veri adoratori” adorano Dio “in spirito e verità”.
Come
credenti sappiamo che abbiamo la libertà di lodare il Signore in ogni luogo,
possiamo ringraziarLo del continuo per tutto ciò che
Egli è e per quello che compie in nostro favore.
Ben dice
Davide: “Benedici
anima mia il Signore; e tutto quello che è in me benedica il Suo Santo Nome. Benedici
anima mia il Signore e non dimenticare alcuno dei Suoi benefici” (Salmo
103:1-2).
Gesù
andava in ogni luogo ove vi fosse bisogno di Lui e perfino nel corso dei Suoi
spostamenti vi erano meravigliose opportunità per quanti Lo incontravano.
In quel
giorno un gruppo di lebbrosi incontrò Gesù.
Questi
uomini, affetti dal terribile morbo di Hansen che progressivamente
e inesorabilmente distrugge il fisico disgregandolo, vivevano una vita di
solitudine emarginati dalla società, abbandonati e cacciati dal popolo e dalle proprie
famiglie.
Per
muoversi alla ricerca di cibo si riunivano in gruppi, erano vestiti di cenci e
dovevano avvertire del proprio stato quanti incontravano nel loro cammino gridando
loro da lontano: “Impuro,
impuro!”.
Accomunati
dalla triste sorte condividevano i giorni che restavano loro da vivere nella
povertà, nella miseria spirituale, lontani dal popolo di Dio, lontani dal
tempio del Signore, lontani da Dio.
La vita
dei lebbrosi era una vita di morte, piena di disperazione, ma in quel momento a
breve distanza da loro c’era Chi li poteva aiutare: Gesù.
Quei
dieci lebbrosi non gridarono al Signore: “Impuro, impuro!” ma “alzarono
la voce dicendo: Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!”.
Vivevano
una terribile solitudine, un’emarginazione forzata e senza speranza, una
condanna terribile di separazione dalle relazioni sociali e dagli affetti.
Anche se
nelle nostre esperienze quotidiane alle volte può accadere come di attraversare
“la valle dell’ombra
della morte”, forse
proviamo solitudine, separazione da
qualcuno,
non dobbiamo temere perché, a differenza di quei lebbrosi, noi non saremo mai
soli: Dio sarà con noi.
Gesù udì
il grido di quei lebbrosi, come anche oggi ode il grido elevato dal cuore nel
dolore; grido che forse non è udibile da orecchio umano, ma che giunge presso
Lui: “Questo
afflitto ha gridato, e il Signore l’ha esaudito; l’ha salvato da tutte le sue
disgrazie” (Salmo 34:6).
Il
Signore rispose a quei dieci uomini senza speranza che vollero cogliere
l’opportunità loro offerta di invocare il Signore.
Sì, come
dice l’apostolo Paolo ai Filippesi, “il Signore è vicino”, è accanto a tutti quelli che Lo invocano.
È dove
il Suo popolo è riunito, è ovunque “Due o tre sono riuniti nel Mio Nome, lì sono Io in mezzo a
loro” (Matteo 18:20).
Quei
dieci alzarono la propria voce, certamente si erano prima accordati per
chiedere l’intervento del Signore e
La legge
prevedeva, in caso di guarigione dalla lebbra, un controllo accurato da parte
dei sacerdoti per darne conferma prima di essere riammessi alla vita in mezzo al
popolo.
Quei
dieci uomini ubbidirono prontamente senza dubitare, senza chiedere al Signore
ulteriori conferme: fecero esattamente quello che Gesù aveva detto di fare.
Loro
furono pronti e nessuno dubitò, ma noi facciamo altrettanto?
Quando
veniamo alla presenza del Signore siamo aggravati dai nostri pesi, dalle
preoccupazioni, dal “peccato
che così facilmente ci avvolge” (Ebrei 12:1), ma per la Sua grazia, per l’opera
compiuta da Cristo Gesù, possiamo lasciare ogni cosa ai Suoi piedi.
Tuttavia,
quando poi torniamo alla vita quotidiana, che cosa facciamo?
Riprendiamo
forse nuovamente quei pesi, dubitando che il Signore possa intervenire?
Ricordiamo
che “non v’è cosa
che il Signore non possa fare”!
Dio è
fedele ed ascolta il grido del cuore, le nostre preghiere giungono fino alla
Sua presenza e al momento opportuno interverrà.
“Uno
di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta
voce, e si gettò ai piedi di Gesù, ringraziandolo; ed era un samaritano”.
Non
ringraziamo mai abbastanza il Signore per quanto Egli ha fatto per noi: “per le sue lividure noi siamo stati
guariti” (Isaia 53:5), siamo stati sanati dalla lebbra del nostro peccato.
Quel
lebbroso ritornò con cuore carico di ringraziamento e si prostrò davanti al
Signore; quale riconoscenza, quale gioia traboccante nel cuore: aveva
sperimentato il tocco del Signore!
E noi,
quando sperimentiamo
Oppure
agiamo come fecero gli altri nove lebbrosi?
Vediamo
la domanda che manifesta la tristezza di Gesù: “Dove sono gli altri nove?” Questi hanno ricevuto un tocco
miracoloso nel proprio fisico, ma proseguono per la propria via senza porre
mente alla grande grazia ricevuta.
Come
loro anche Dema ha “amato
il presente secolo”, senza
volgersi a Colui che può molto di più della sola guarigione fisica.
Il
Signore, che è fedele e giusto, operò in quell’uomo, in quel samaritano che aveva
mutato il proprio comportamento nei confronti di Dio, riconoscendone la potenza
e ringraziandoLo del continuo.
Questi
tornò indietro per dare al Signore ringraziamento e lode, ma ricevette molto di
più della guarigione fisica, ricevette salvezza per la fede che aveva riposto
in Cristo Gesù.
Per la
grazia di Dio fu toccato, per la risposta all’intervento dell’amore di Dio
nella propria vita fu salvato.
Stai rispondendo
all’amore di Dio?
Se
ancora non l’hai fatto, inizia da questo momento, ringrazia il Signore e Lui
opererà in te.
Vincenzo Specchi
Tratta
da «RISVEGLIO PENTECOSTALE» aprile
2005