La buca
«E
l’Eterno disse: “Ecco qui un luogo presso a Me; tu starai su quel masso; e mentre
passerà
«Or
Toma, detto Didimo, uno de’ dodici, non era con loro quando venne Gesù. Gli altri
discepoli dunque gli dissero: Abbiam veduto il
Signore! Ma egli disse loro: Se io non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi,
e se non metto il mio dito nel segno de’ chiodi, e se non metto la mia mano nel suo costato, io non
crederò» (Giovanni 20:24-25).
Entrambi i passi riportano uno
scorcio della vita di due servitori di Dio: Mosè e
Tommaso.
Tommaso
deve la sua popolarità alla frase che ha perdurato nei tempi ed è divenuta nota
come il “detto”: «Se non vedo non credo» ovvero «toccare per
credere».
Per
molti, ciò che Tommaso disse ai discepoli è divenuto simbolo di dubbio, di giustificata
incredulità che e ha, purtroppo, legittimato la richiesta di prove concrete e
tangibili e che si contrappone, oggi sempre più
spesso e in qualsiasi campo, a una semplice richiesta di fiducia, se non
propriamente di fede!
Ma,
riflettendo su quanto ha asserito Tommaso, ne possiamo trarre un insegnamento e
un incoraggiamento molto importanti, vale a dire che
l’esperienza personale ha un ruolo fondamentale nella vita spirituale di ognuno
e che non può bastare il «sentito dire».
Ciò che
è raccontato non reca la medesima benedizione né lo stesso incoraggiamento di
ciò che si sperimenta vivendo il fuoco dello Spirito Santo, la presenza di Cristo,
la gloria di Dio.
Tommaso
diventò un servitore di Dio, anche perché ebbe la possibilità di mettere il dito
nelle ferite di Cristo. Per questo suo atteggiamento, venne anche aspramente
criticato nei secoli, ma dopo il primo passo del voler toccare lo ritroviamo presente insieme con altri nel giorno di
Pentecoste, battezzato nello Spirito Santo e ripieno di potenza.
Anche
Pietro, come Tommaso, diventò bersaglio di commenti negativi perché, dopo aver
camminato per pochi metri sulle acque, affondò a causa della sua poca fede (Matteo
14:29-30).
Chi
altri, allora, e per quanti metri, fino a oggi, su
invito personale di Cristo hanno camminato sulle acque?
Mosè,
invece, aveva bisogno dell’aiuto e del conforto di Dio.
Erano
veramente diventate troppe, insostenibili e incessanti le lamentele degli
israeliti! Dio sorprese Mosè quando lo informò che avrebbe cancellato quel
popolo proprio perché aveva continuato a lamentarsi.
Allora
Mosè intercedette fino ad offrirsi in prima persona in sacrificio al posto di
quel popolo.
Invece
di esser cancellato dal libro di Dio, l’Eterno nella Sua infinita bontà
risparmiò quel popolo, anche se in seguito non gli concesse di entrare nella
Terra Promessa.
Neanche
Mosè ebbe questo privilegio, ma fece un’esperienza unica su quel masso.
Molti
credenti oggi vivono la stessa situazione degli israeliti nel deserto: in ogni
caso scontenti, anche se esauditi nelle loro preghiere.
Più chiedono,
più ottengono, e più si manifestano insoddisfatti, sebbene Dio usi misericordia
e bontà donando sempre beni e benignità!
La
lamentela pone sempre maggior distanza tra Dio e i Suoi figlioli.
Dio
ordinò a Mosè: «Tu starai su quel masso».
Che cosa ci spinge a disubbidire a Dio
pur sapendo che solo Lui già sa che cosa è meglio e giusto per noi?
Voglia
la nostra vita essere fondata su Cristo Gesù,
Il
Signore sceglie personalmente per noi un luogo, un masso dove vi sia una buca che possa ospitarci e promette di coprirci con
Chi non vorrebbe
essere in Cristo, coperto e protetto dalla Sua gloria?
Ebbene,
tutti coloro che continuano a camminare intorno alla
buca senza definitivamente entrarci, senza lasciarsi andare, ma divincolandosi,
opponendo resistenza, in realtà rifiutano di fare la volontà di Dio.
Così
pure chi entra ed esce dalla buca, oggi benedetti e domani afflitti, ora in
Cristo e dopo in crisi.
Essi si immergono troppo spesso nel mondo e si fanno
accerchiare dalle tentazioni!
Se non ci si arrende totalmente a Cristo,
come si può poi pretendere di provare ciò che ci racconta chi vive all’interno
della buca e godere della stessa protezione e benedizione?
Dio
disse a Mosè: «L’uomo non mi può vedere e vivere»(Esodo33:20).
Dobbiamo
ammettere che spesso siamo proprio noi con la nostra disubbidienza, con il nostro stesso atteggiamento inguaribilmente curioso e
sconveniente a procurarci guai, dolore e allontanamento da Dio.
Non
pretendiamo di affrontare Dio a faccia a faccia per guardarLo dritto in viso perché ne moriremmo; ma
percorriamo prima il cammino che ci guida a Lui e un giorno in cielo sarà
esaudito anche questo desiderio, siccome è stato già promesso.
Potremo godere della Sua gloriosa presenza, perché è scritto che
incontreremo Gesù personalmente!
Il cielo
è la nostra meta finale ed è posto al termine di un sentiero meraviglioso che il
nostro Signore Cristo Gesù ci indica
giorno per giorno mediante
Ma, per
seguire le orme di Cristo, dobbiamo innanzi tutto farLo passare avanti!
Solo standoGli dietro saremo in grado
di vederLo percorrere la strada che porta al Padre,
per poter, di fatto, imitare i Suoi passi.
Così
facendo eviteremo di cadere, di farci male e di perderLo di vista.
«E mi vedrai per
di dietro...» dice
l’Eterno (Esodo33:23).
UbbidiamoGli! E non
rischieremo di smarrirci!
L’apostolo
Paolo ai corinzi ricordò: «E la roccia era Cristo» (1 Corinzi 10:4).
In
questa roccia furono fatti dei buchi quando Gesù morì
crocifisso per noi.
I chiodi
conficcati provocarono dei fori nella Sua carne e Tommaso volle verificare
toccando con il dito le ferite.
Noi
possiamo vivere in Gesù.
Non solo
possiamo toccare quelle ferite che Gli sono state inflitte per colpa nostra, ma
vivere le Sue sofferenze.
«Ora mi rallegro nelle mie sofferenze per voi; e
quel che manca alle afflizioni di Cristo lo compio
nella mia carne a pro del corpo di Lui che è
…e se
Mosè entrando nella buca del masso ebbe la mano di Dio sopra di sé, tanto più noi,
entrando nelle mani forate di Cristo, la roccia eterna, sentiremo il Padre
Celeste che, accarezzando con amore e cura il Suo Figliuolo,
per lenire il dolore delle ferite, accarezzerà anche noi.
Se
andare ai piedi di Cristo vuol dire adorarLo,
entrare nelle ferite dei Suoi piedi può significare divenire noi stessi
un’adorazione vivente e, infine, entrare nel Suo costato potrà essere vivere
una vita incentrata appieno in Lui.
Non ci
accontentiamo di sfiorare solo i margini di un’esperienza cristiana, ma
rendiamo la nostra stessa vita un culto vivente al nostro Signore.
«Io vi esorto dunque, fratelli, per le
compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo,
accettevole a Dio; il che è il vostro culto spirituale» (Romani 12:1).
Quando
Mosè entrò nella buca non pensò di abbellirsi, né si circondò di arredi e comfort vari.
Lo
spazio era limitato, non c’erano né agi né molta
libertà di movimento.
Così sarà per chiunque entrerà in quella buca.
Non si
baderà più alle cose di questa terra, ma si ricercheranno solo quelle “da
alto”.
«Abbiate l’animo alle cose di sopra, non a quelle
che son sulla terra; poiché voi moriste, e la vita
vostra è nascosta con Cristo in Dio» (Colossesi 3: 2,3).
Nel
Vangelo di Giovanni, al cap. 10, Gesù promette: «Nessuno li rapirà dalla Mia mano».
Ebbene, ciò si realizza se siamo calati completamente
nella Sua mano e se siamo diventati parte della Sua vita.
Chi è
nella mano di Gesù per forza di cose è venuto a
contatto con il Suo Sangue, quel sangue che è stato versato per noi e con cui i
nostri peccati sono stati lavati!
Il
nemico delle anime nostre non potrà rapirci da quella mano preziosa, né i
fratelli, né le prove, né il dolore, né la malattia hanno
il potere di farci allontanare da Dio! Solo noi riusciremo in un’impresa così
insensata e sconsiderata. Con il nostro voler stare al di fuori, il nostro non
volere rimane laddove Dio ci ha messo, il nostro abbandonarLo.
Basterebbe
ubbidire alla Parola, credere alla Verità e potremmo essere parte così intima del
corpo di Cristo da potere cooperare all’opera di Dio, divenire strumenti di Dio, perfino mezzi di benedizione!
Chi vive
nella buca è ripieno dello Spirito Santo, riconosce il giusto valore delle cose
ed ha come unico scopo della sua vita che la gloria di Dio gli passi sopra
mentre la mano di
Dio lo
protegge.
Prima
che sia troppo tardi, accettiamo l’invito della Parola di Dio: «Umiliatevi
dunque sotto la potente mano di Dio, affinché Egli v’innalzi a suo tempo,
gettando su Lui ogni vostra sollecitudine, perchè Egli ha cura di voi» (1Pietro 5:6,7).
Felice Leveque
Tratto da «RISVEGLIO PENTECOSTALE» giugno 2004