Balaam, falso profeta
Storia
di un uomo decaduto dal ruolo di profeta di Dio a quello di “mago, indovino”.
L’avidità
di beni terreni fa presa sull’animo umano.
Il nome Balaam significa “divoratore” o “sovvertitore”.
Si
potrebbe fare un parallelo con Giacobbe, che significa “soppiantatore”
o imbroglione. Ma Giacobbe diviene poi Israele, mentre Balaam
termina la sua vita nell’ignominia e disonore.
È il
tempo in cui il popolo di Dio, uscito dall’Egitto, si avvicina alla Terra
Promessa incutendo paura e allarme tra le popolazioni pagane che risiedono in Canaan.
È lo
stesso terrore che ha fatto decidere gli egiziani a lasciare andare il popolo.
In
questo la Bibbia ci mostra che, quando l’uomo si oppone alla volontà di Dio,
incontra paura e disperazione.
Balaam risiede a Pethor,
oltre l’Eufrate, in Mesopotamia. Ha una reputazione
di mago capace di pronunciare benedizioni e maledizioni sulla gente.
Molto
probabilmente apparteneva ad una famiglia in cui le arti magiche erano
ereditarie, arti che erano molto popolari tra i popoli pagani dell’epoca.
Il re di
Moab, Balak, è in grande
apprensione per la presenza di questo enorme popolo che transita vicino alle
sue terre, perciò manda i principi della sua corte a convocare Balaam perché maledica Israele per poterlo vincere e
cacciare.
A Balaam viene offerta una lauta ricompensa per il suo
intervento (Numeri 22:5-6).
Balaam esita e chiede tempo per
consultare l’Eterno.
Evidentemente
ha un rapporto con Dio e dialoga con Lui (Numeri 22:9-12).
Può
sembrare strano che Dio parli a un uomo simile, ma vediamo che il Signore si usa
di lui per manifestare la Sua potenza ai nemici di Israele.
Altre
volte l’Eterno ha parlato a uomini infedeli, per il bene dei Suoi figliuoli:
parlò ad Abimelec per salvaguardare Sara e Abramo (Genesi
20:3), e parlò
anche a Labano per proteggere Giacobbe (Genesi 31:24).
La sua
esitazione ad accettare la proposta del re di Moab fa
intendere che conoscesse l’Iddio degli Ebrei e il destino del Suo popolo, sebbene
non ci è noto come avesse acquisito tale conoscenza.
Avrebbe
quindi dovuto rifiutare decisamente la proposta, ma prende tempo per consultare
l’Eterno (Numeri 22:8).
Quando
si viene a compromessi con la tentazione, siamo in grande pericolo di cadere.
Dio
prende l’iniziativa, interroga il profeta per vedere se è sincero e gli vieta
di accettare l’incarico perché Israele è il popolo che Egli ha benedetto (Numeri
22:13-14).
A
malincuore Balaam rifiuta e rimanda i messaggeri di Balak; indubbiamente l’attrattiva della ricompensa fa presa
su di lui. Tutta la questione è basata sulla menzogna:
·
Balaam
si limita a dire: «l’Eterno non mi dà il permesso», ma non chiarisce che Israele non
può essere maledetto (v.13b). In tal modo vuole scusarsi presso
Balak, affermando che la decisione non è sua.
·
I
messaggeri riportano a Balak una parte della
risposta, limitandosi a dire: «Balaam ha
rifiutato di venire con noi» (v.14b).
Qui
vediamo i segni delle tentazioni di satana, che sminuisce le leggi di Dio
facendole
apparire
come semplice rifiuto di permesso di cose lecite (Genesi 3:4-5).
Se il
Signore ci fa conoscere chiaramente la
Sua volontà, è bene per noi accettarla senza riserve e non farci attrarre dagli
apparenti vantaggi che ci sembra di ricavare lasciando predominare i nostri
desideri.
Potremmo
fare la fine di Balaam!
Il re di
Moab non è un tipo che si arrende: invia una seconda
ambasciata di principi ancora più altolocati con offerte ancora più cospicue.
Promette
onori e ricchezze; oltre all’avidità di Balaam,
sollecita anche il suo orgoglio e le sue ambizioni.
Dobbiamo
intensamente pregare affinché lo Spirito Santo mortifichi in noi questi sentimenti,
che possono impedirci di mantenere una buona coscienza.
In Balaam si scorge la lotta tra la coscienza e la
concupiscenza.
Il suo
rifiuto sembra deciso e definitivo; parla onorevolmente del “suo Dio” e del proposito
di obbedire (v.18).
È una
conferma che il profeta conosce l’Eterno e vuole obbedirGli,
ma questa proclamata
ubbidienza
non pare sincera e ben fondata, poiché trattiene ancora i messi per interrogare
di nuovo l’Eterno.
È facile
per gli uomini iniqui dire belle parole, che non corrispondono però ai loro veri
sentimenti.
Sembra
che Balaam rifiuti la tentazione ma non dimostra di
odiarla.
Non
agisce certo come agì Gesù, quando satana Gli offrì le ricchezze del mondo, né come
Pietro quando Simon Mago gli propose del denaro per acquistare la capacità di donare
lo Spirito Santo.
Nel suo
cuore c’è la segreta speranza che Dio cambi idea e gli permetta di ricevere la ricompensa
(v.19). «Nondimeno, trattenetevi qui,
anche voi, stanotte, ond’io sappia ciò che l’Eterno
mi dirà ancora».
Questo è
il modo in cui talvolta anche noi agiamo, quando la risposta di Dio non ci piace
e forziamo per avere una risposta secondo il nostro desiderio.
Il
Signore che investiga i cuori sa che alla fine Balaam
cederà e gli consente di andare, ma con l’ordine di fare solo ciò che gli verrà
comandato (v.20). E Dio va la notte a Balaam e gli
dice: «Se quegli uomini son venuti a chiamarti,
lèvati e va’ con loro; soltanto, farai ciò che Io ti dirò».
Ben
felice di questa concessione, Balaam sella di fretta
la sua asina e si mette in cammino verso Moab. Dio è
contrariato da tanta foga e il Suo angelo contrasta il cammino del profeta per
fargli conoscere la disapprovazione divina.
Ha luogo
il famoso episodio dell’asina che parla e riprende “la follia del profeta” (2 Pietro
2:15-16). «Lasciata la dritta strada, si sono smarriti, seguendo la
via di Balaam, figliuolo di Beor
che amò il salario d’iniquità, ma fu ripreso per la sua prevaricazione:
un’asina muta, parlando con voce umana, represse la follia del profeta».
Come la
potenza di Dio ha fatto parlare questo animale, così Balaam
parlerà secondo quanto l’Eterno gli farà dire.
Gli
occhi del profeta, annebbiati dalla visione delle ricchezze che lo attendono,
si aprono e vedono la presenza dell’Angelo dell’Eterno.
Lo
spavento è più forte della sua cupidigia ed è pronto a tornare indietro,
riconoscendo il proprio peccato.
Ma
l’angelo gli consente di proseguire, rinnovando l’ordine di dire solo ciò che
gli verrà ordinato (v.34-35).
Balak dà il benvenuto al profeta ed
iniziano i suoi tre vani tentativi di metterlo all’opera
per
maledire Israele, accampato nella valle.
Questi
tentativi avvengono dalle cime di tre monti diversi.
Su
ognuno di essi Balaam fa costruire sette altari e
offre sacrifici nella vana speranza di propiziarsi l’Eterno e poter maledire il
popolo.
I tre
luoghi sono:
1. Bamoth-Baal (22:41).
La cima dedicata al
culto di Baal. Forse il re pensava che la potenza del
suo idolo avrebbe avuto effetto. Invece Balaam
pronuncia una benedizione augurandosi di poter condividere la sorte di Israele.
2. La cima del Pisga
(23:13-14). Nuovamente
Balaam pronuncia una benedizione e afferma che nulla
può la magia né la divinazione contro il popolo di Dio (v.23).
3. Il monte Peor
(23:28-29). Qui
il profeta non agisce più cercando l’incontro con Dio (v.3 e
v.15), ma è lo Spirito Santo che viene su di lui per cui profetizza le
vittorie e la forza d’Israele, concludendo: «Benedetto chiunque ti benedice,
maledetto chiunque ti maledice!» richiamando la promessa fatta ad Abramo (Genesi
12:3).
Al colmo
dell’ira Balak caccia via Balaam,
il quale evidentemente rimane senza onori e senza premi.
Se gli
eventi di questo profeta si concludessero qui, egli rimarrebbe nella storia
biblica senza lode né biasimo.
Ma con
astuzia insegna a Balak come usare le donne moabite per indurre Israele all’idolatria e alla fornicazione, attirando
su di loro l’ira di Dio (25:1-3; 31:16).
Balaam, che si rifugia presso i madianiti, viene ucciso in battaglia (31:7-8).
Così
finisce miseramente l’uomo usato dal Signore in diversi modi. Avrebbe potuto continuare
col favore divino, ma preferisce “il salario d’iniquità” .
Da
queste vicende ricaviamo delle verità illuminanti per il nostro cammino di
fede:
1. «Poiché
l’amor del danaro è radice d’ogni sorta di mali; e alcuni che vi si sono dati,
si sono sviati dalla fede e si son trafitti di molti dolori»
(1 Timoteo6:10)
2. Nessuna forma di magia o sortilegio
può danneggiare i figliuoli di Dio che vivono all’ombra delle Sue ali: «Nessun’arma fabbricata contro di te riuscirà; e
ogni lingua che sorgerà in giudizio contro di te, tu la condannerai. Tal è
l’eredità dei servi dell’Eterno, e la giusta ricompensa che verrà loro da me,
dice l’Eterno» (Isaia 54:17).
3. Ogni minimo particolare del nostro cuore
e della nostra mente è noto a Dio, perciò non possiamo ingannarLo:
«Tu sai quando mi seggo e quando m’alzo, Tu intendi da lungi il mio
pensiero. Tu mi scruti quando cammino e quando mi giaccio, e conosci a fondo tutte
le mie vie. Poiché la parola non è ancora sulla mia lingua, che Tu, o Eterno,
già la conosci appieno» (Salmo 139:2-4).
Raimondo Rossi
Tratto da «RISVEGLIO PENTECOSTALE» luglio/agosto 2004