I SUCCESSORI DI ERODE IL GRANDE E I GOVERNATORI ROMANI IN PALESTINA (2)
Nel libro degli Atti abbiamo modo di conoscere, oltre a due successori di Erode il Grande, anche due governatori romani, Festo e Felice, divenuti noti per i loro incontri con l’apostolo Paolo.
Filippo Erode Agrippa I
Filippo, col titolo di tetrarca, governò per trentasette anni senza episodi degni di rilievo e fu il più moderato tra i figli di Erode.
I suoi territori erano abitati per la maggior parte da popolazioni ellenizzate, quindi non ebbe a sostenere contrasti per motivi religiosi e poté liberamente coniare monete recanti una figura umana (ne sono state trovate alcune con l’immagine di Tiberio, datate all’anno 15-16).
Ingrandì la città di Paneas, vicino alle sorgenti del Giordano, dandole il nuovo nome di Cesarea in onore dell’imperatore.
Per distinguerla dall’altra più famosa Cesarea, fondata da Erode il Grande sul Mediterraneo, si usava chiamarla “Cesarea di Filippo” (così infatti è ricordata nei Vangeli in occasione della confessione di Pietro, Matteo 16:13; Marco 8:27).
Nella località, che conserva tuttora il nome di Banyas, non sono ancora stati condotti scavi sistematici e i resti finora noti sono di scarso valore (il luogo venne chiamato Paneas perché sacro al dio Pan; si possono ancora vedere alcune nicchie scavate nella parete rocciosa, destinate a contenerne le statue).
Erode Agrippa I
Erode Agrippa i è ricordato nel libro degli Atti (cap. 12) col nome di Erode, mentre Flavio Giuseppe lo chiama semplicemente Agrippa.
Era fratello di Erodiada e nipote di Erode il Grande attraverso un ramo cadetto: infatti era figlio di quell’Aristobulo che era stato fatto strangolare — assieme a suo fratello Alessandro — appunto da Erode il Grande nel 7 a.C.
Erode Agrippa era stato allevato a Roma, dove aveva frequentato gli studi assieme a Druso, figlio di Tiberio.
Dopo un periodo passato in Galilea con un incarico nel governo di Antipa, sfociato in gravi divergenze, tornò a Roma dove riprese a frequentare persone influenti, che riteneva gli sarebbero state utili in seguito.
Divenne così amico di Caligola, il futuro imperatore.
Alla morte di Tiberio nel 37 Caligola lo nominò re dell’antica tetrarchia di Filippo che per tre anni era rimasta sotto la responsabilità del governatore di Siria (Filippo era morto nel 34).
Gli fu aggiunto poi anche il territorio di Abilene, a nord del Monte Hermon.
Fu allora che Erodiada si infiammò d’invidia e aizzò Erode Antipa contro l’imperatore facendolo cadere in disgrazia.
Così nel 39 anche la Galilea e la Perea finirono nella mani dell’astuto Erode Agrippa I.
Ma non era ancora finita: quando Caligola fu assassinato, Agrippa sostenne accortamente la candidatura di Claudio, il quale, una volta nominato imperatore, provvide ad assegnargli anche la giurisdizione della Giudea e della Samaria.
Fu così che nell’anno 41 Erode Agrippa I, al culmine della sua fortuna, si trovò a comandare su un territorio esteso quanto quello che era appartenuto un tempo a suo nonno Erode il Grande.
Agrippa si stabilì allora a Gerusalemme, opponendosi a tutti i tentativi di introdurre immagini e riti pagani nella Città Santa. Ma già prima aveva dovuto sostenere contrasti a questo riguardo.
Il filosofo Filone di Alessandria, esponente della locale comunità giudaica, ce ne ha lasciato testimonianza raccontando che nell’anno 40 il pazzo Caligola aveva decretato di mettere la statua di Giove nel Tempio di Gerusalemme (in realtà si trattava addirittura della statua dell’imperatore in sembianze divine).
Già il governatore della Siria aveva tentato di dilazionare l’attuazione dell’insano proposito, rendendosi conto dei disordini che sarebbero seguiti. Ma a un certo punto fu decisivo l’intervento di Agrippa che, mettendo a frutto la sua vecchia amicizia con Caligola, gli scrisse un’accorata lettera riuscendo a farlo desistere.
Soprattutto Erode Agrippa si preoccupava di bloccare ogni iniziativa che potesse provocare reazioni da parte del popolo tradizionalista.
Ciò lo fece entrare ben presto in conflitto con la chiesa cristiana che in quegli anni si stava sviluppando a Gerusalemme (sotto questa luce va letto il capitolo 12 di Atti).
Egli
dunque fece giustiziare Giacomo, fratello di Giovanni, e vedendo,
come dice il testo, che “ciò era gradito ai Giudei”, continuò facendo
arrestare anche Pietro (Atti
12:2-3).
E’ possibile che Erode fosse connivente con il Sinedrio, il quale in quel tempo
stava prendendo severe misure contro la chiesa.
Il passo biblico prosegue narrando le miracolose vicende attraverso le quali Pietro riuscì a scampare all’esecuzione che Erode Agrippa aveva predisposta anche per lui.
Questo
evento ha una sua sicura collocazione cronologica, perché lo stesso brano di
Atti ci racconta come la liberazione di Pietro sia stata seguita non molto tempo
dopo dalla morte di Erode Agrippa e di questa morte conosciamo
sicuramente la data (44).
Sulle circostanze della morte di Erode Agrippa abbiamo due passi paralleli:
quello di Atti (12:21-37) ed un altro di Flavio Giuseppe (Antichità
Giudaiche, 19, 343-350). Racconta lo storico ebreo che Erode fece celebrare
a Cesarea dei Giochi in onore dell’imperatore Claudio e ad essi assistettero le
più alte personalità del regno. Quando Erode entrò nel teatro, vestito in abiti
splendenti, tutti si rivolsero a lui come fosse un dio.
Il re gradì l’adulazione, ma alzati gli occhi vide un gufo appollaiato, che interpretò come un presagio funesto.
Fu colto subito da violenti dolori e dovette essere trasportato nel suo palazzo, dove morì dopo cinque giorni di malattia.
Secondo alcuni un’appendicite seguita da peritonite si accorderebbe con i sintomi descritti da Flavio Giuseppe.
Luca ci racconta negli Atti lo stesso episodio, con qualche dettaglio in più. Egli attribuisce il subitaneo attacco del male ad “un angelo del Signore” (v. 23), intendendo dire che Dio interviene direttamente quando un uomo, pretendendo per sé onori divini, usurpa i diritti che spettano solo all’Onnipotente.
Quindi la morte di Frode fu un castigo di Dio.
L’autore degli Atti aggiunge anche un altro elemento per far capire che la morte del re fu particolarmente orribile: “morì roso dai vermi” (v. 23).
Anche se quell’espressione sembra fosse comunemente usata per descrivere la morte dei tiranni, qualcuno ha fatto notare che, data la mancanza di igiene medica nel mondo antico, avrebbero potuto aggiungersi alle sofferenze del re anche dei vermi parassiti, secondo le crude parole usate da Luca.
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Erode Agrippa II e i procuratori Felice e Festo
Quando nel 44 Erode Agrippa I morì, un figlio suo che si chiamava anch’esso Agrippa risiedeva a Roma ed aveva diciassette anni.
Di lui
ci racconta diffusamente Flavio Giuseppe (Antichità Giudaiche, 19.9;
20.7.3. Guerre, 2.12.1; 2.12.8), mentre il libro degli Atti ne parla in
occasione dell’incontro con Paolo, quando era prigioniero del governatore romano
Festo a Cesarea (Atti
25:13-26:32).
Secondo Flavio Giuseppe, Agrippa aveva due sorelle di dubbia reputazione,
Berenice e Drusilla; ad un certo punto i suoi rapporti con la sorella Berenice
cominciarono a destare scandalo.
Nell’anno 59 accompagnato appunto da Berenice, Agrippa si recò a salutare Festo a Cesarea (Atti 25:13).
Prima di
Festo era stato al potere il procuratore romano Felice, che aveva sposato
la figlia di Erode Agrippa I di nome Drusilla e così si era procurato la
benevolenza dei Giudei.
Davanti a lui infatti costoro condussero Paolo, arrestato a Gerusalemme e
accusato di sedizione (Atti 24:5).
E’ significativo notare con quali parole il sommo sacerdote ed i suoi anziani si rivolsero al governatore: “Per merito tuo, eccellentissimo Felice, godiamo molta pace, e per la tua previdenza sono state fatte delle riforme in favore di questa nazione; noi in tutto e per tutto lo riconosciamo con viva gratitudine” (Atti 24:3).
Tuttavia l’autore degli Atti non è affatto tenero con Felice, descrivendolo come uomo servile ed avido (tentata concussione nei riguardi di Paolo, Atti 24:26), ed oltremodo timoroso dei Giudei, i quali ad un certo punto gli si rivoltarono contro; e così Felice, per tentare di non averli troppo avversi nel processo a cui stava per essere sottoposto a Roma, partì lasciando Paolo in prigione (anno 59).
Nella sede di Cesarea si insediò allora il suo successore Festo, in un periodo di disordini in cui i sicari uccidevano e saccheggiavano.
Quando il nuovo procuratore si decise ad esaminare la situazione di Paolo, non ci mise molto a convincersi che era innocente. Tuttavia non se la sentì di mettersi apertamente contro i Giudei che continuavano ad accusarlo.
Festo, pur essendo migliore di Felice, se voleva sussistere, aveva anche lui bisogno del favore della piazza. Così “per far cosa gradita ai Giudei” (Atti 25:9) suggerì di giudicare Paolo a Gerusalemme.
Fu allora che l’apostolo insorse contro questa proposta ingiusta e, da cittadino romano qual era, fece “appello a Cesare” (Atti 25:12), cioè chiese di essere giudicato a Roma. E Festo a lui: “Tu ti sei appellato a Cesare; a Cesare andrai”.
A questo punto, mentre venivano fatti tutti i passi necessari per mandare Paolo a Roma, arrivò a Cesarea il re Erode Agrippa II, in visita a Festo.
E Festo lo indusse ad ascoltare Paolo.
Quando Paolo comparì davanti al re, non fu per la ripresa del processo, né per un interrogatorio ufficiale, “ma come un caso interessante sul quale Agrippa, eminente giudeo assai versato nella religione ebraica e nei costumi giudaici, sarebbe stato in grado di dare un consiglio o fare commenti utili” (R. P. C. Hanson, The Acts, Oxford 1967; pag. 236).
E a
conclusione del colloquio, ecco la dichiarazione che Agrippa rilasciò a
Festo:
“Quest’uomo poteva esser liberato, se non si fosse appellato a Cesare!”
Le ricerche archeologiche sulla terra ferma di Cesarea
Dopo le ricerche subacque che portarono alla scoperta del porto erodiano, dell’acquedotto e del teatro con la Pietra di Pilato, dal 1971 altri scavi sono stati effettuati a Cesarea da più di 2500 archeologi, che hanno cercato di dare un volto alla città del 1° secolo, con la sua rete stradale e i suoi principali edifici.
Purtroppo i risultati non sempre hanno ripagato l’impegno, perché la zona fu sottoposta nel corso dei secoli a distruzioni sistematiche e saccheggi. Così quel poco che ci ha restituito l’archeologia dovrà essere integrato con l’immaginazione.
Per rimanere nell’ambito del Nuovo Testamento, potremmo chiederci per esempio dov’era la casa di Cornelio, il centurione della coorte italica che aveva invitato Pietro ad annunciargli la Parola di Dio (Atti 10) o la casa di Filippo, dove Paolo e i suoi compagni erano stati ospitati al ritorno dal terzo viaggio missionario (Atti 21:8); oppure la prigione dove Paolo fu custodito per anni, e il palazzo del governatore, dove si svolsero gli episodi descritti in precedenza.
Flavio Giuseppe ha parlato della città costruita da Erode, precisando che le strade erano state tracciate “a uguale distanza le une dalle altre” seguendo una pianta a scacchiera (sistema ippodameo, nome derivante da Ippodamo di Mileto, architetto del V secolo a.C.), come nelle città ellenistiche.
Lo scrittore ebreo afferma che Erode dedicò grandi energie alla costruzione delle fognature che correvano sotto le strade, anch’esse “ad uguale distanza le une dalle altre” (Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche, XV, 340).
Gli archeologi hanno dedicato molti sforzi agli scavi della rete fognaria, riuscendo a tracciare di conseguenza la pianta delle strade come si può vedere nella cartina qui a fianco.
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Quanto ai palazzi è difficile rintracciarne i resti, in quanto i materiali vennero sistematicamente riutilizzati in epoca bizantina e poi dai Crociati.
A partire dall’epoca di Nerone (anno 54) gli abitanti di Cesarea manifestarono il loro attaccamento a Roma adottando come principale divinità la Tyche, una dea benefattrice concepita a somiglianza della dea Roma.
Il gruppo di archeologi di cui abbiamo parlato nel 1972 ha portato alla luce una statua di marmo di questa dea (vestita da amazzone e splendidamente conservata a parte la testa) che presumibilmente era collocata nel tempio a lei dedicato.
Le monete all’epoca del Nuovo Testamento
Raccontando l’episodio della Cacciata dei mercanti dal Tempio, l’evangelista Giovanni ci dice che Gesù “sparpagliò il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò le tavole” (Giovanni 2:15).
Al tempo di Gesù e degli apostoli circolava in Palestina una gran quantità di monete: giudaiche, romane e anche greche.
Gli archeologi di solito rinvengono un sorprendente numero di monete durante gli scavi.
Ne scoprono tra le rovine delle costruzioni che erano state botteghe o mercati, oppure nelle case. La gente le aveva forse con sé al momento della morte per un incendio o un terremoto o le aveva perse, come succede anche oggi, o le aveva semplicemente riposte in qualche nascondiglio dove gli scavatori poi le ritrovano.
Anche in Palestina ne sono affiorate moltissime e di tanti tipi diversi.
Cercheremo di mostrare come il loro studio ci può far comprendere meglio qualche brano del Nuovo Testamento.
Bisogna però fare attenzione al termine che è stato usato nelle traduzioni per indicare un certo tipo di moneta e risalire alla parola greca dell’originale.
Riportiamo l’elenco delle monete citate nel Nuovo Testamento, cominciando dai
pezzi d’argento.
Dobbiamo subito chiarire che il talento (Matteo 18:24;
25:15) e la mina (Luca 19:13-14) non erano vere monete, ma
soltanto unità di peso dell’argento.
Tra le vere monete in argento troviamo invece la dramma (citata nella parabola della dramma perduta, Luca 15:8-9), moneta greca equivalente al denaro romano (moneta del tributo a Cesare (Matteo 22:15).
C’era poi la didramma (Matteo 17:24) che valeva due dramme e corrispondeva alla tassa da pagare per il Tempio.
Due didramme facevano un tetradramma o statere (nell’episodio del pagamento della tassa del Tempio Pietro con uno statere trovato nella bocca di un pesce pagò il tributo per sé e per Gesù, Matteo 17:27).
E’ stato
calcolato che ogni anno al Tempio affluiva un tesoro di circa mezzo milione di
monete.
Per completare l’elenco delle monete d’argento dovremmo parlare del siclo.
Alcuni traduttori hanno adottato questo termine nei passi che si riferiscono al prezzo del tradimento di Giuda (Matteo 26:15; 27:5). In realtà la parola greca originale significa semplicemente “pezzo d’argento” e potrebbe corrispondere ad una tetradramma o statere, oppure ad un denaro.
Tra le monete di bronzo nel Nuovo Testamento non è citato il sesterzio, corrispondente ad 1/4 di denaro. Abbiamo invece l’asse, tradotto con soldo pari al prezzo di due passeri (Matteo 10:29), corrispondente ad 1/4 del sesterzio e ad 1/16 di denaro.
Tiberio ne fece coniare parecchi in onore di Augusto divinizzato.
C’era poi il quadrante o quattrino (tradotto anche centesimo o spicciolo), corrispondente ad 1/4 di asse e ad 1/64 di denaro, citato in Matteo 5:26 per indicare una moneta di valore bassissimo.
Al gradino più basso della scala dei valori troviamo infine il lepton o spicciolo, corrispondente a mezzo quadrante: è citato a proposito dell’offerta della vedova, che ne aveva messi due nella cassa delle offerte (Marco 12:42).
Il testo precisa che due spiccioli equivalevano ad 1/4 di soldo.
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Può essere utili a questo punti riassumere i rapporti di valore tra le varie mone te:
1 statere o siclo (argento) = 4 dramme
1 dramma o denaro (argento) = 4 sesterzi
1 sesterzio (bronzo) = 4 assi o soldi
1 asse (bronzo) = 4 quadranti o quattrini
1 quadrante (bronzo) = 2 spiccioli
I tentativi fatti per stabilire un equivalente di questi pezzi con la moneta di oggi non sempre sono risultati convincenti, ma è bene almeno non perdere di vista i rapporti.
Per esempio tra un comune lavoratore ed il ricco Erode c’era un divario inimmaginabile. Dalle fonti letterarie si sa infatti che il reddito annuo di Erode ammontava a 1050 talenti, corrispondenti ad oltre 10 milioni di denari, mentre quello che poteva guadagnare in un anno un agricoltore palestinese nella stessa epoca andava da 150 a 300 denari.
Un rapporto quindi da 30.000 a 60.000 volte!
Davanti a queste cifre, saremo ora meglio in grado di apprezzare il significato della parabola del servitore spietato (Matteo 18:23- 35), nella quale il debito che il re condonò al suo dipendente ammontava a 10.000 talenti, una somma inconcepibilmente grande, paragonabile al reddito di Erode in dieci anni o al guadagno di un comune lavoratore, nel caso più favorevole, in 300.000 anni!
Quella
cifra è indubbiamente così grande per farci capire l’enormità del debito che
il Signore ci condona; cosa da tener presente quando affrontiamo a nostra
volta dei debitori...
Anche se non fanno parte delle monete di cui parla il Nuovo Testamento,
presentano un interesse particolare le monete coniate dai Giudei durante la
rivolta del
66-70.
Sicuri che erano arrivati i giorni della loro liberazione, essi coniarono dei sicli e dei mezzi sicli d’argento, ed anche delle monete di bronzo, a testimonianza della loro speranza. I simboli erano neutri: palme, limoni, panieri, fasci di spighe, fogli e grappoli, coppe.
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Tra le monete tipiche c’è il siclo d’argento (rappresentato qui sopra in alto a sinistra) che porta sul dritto una coppa e le parole in scrittura ebraica “Siclo d’Israele, (anno) 1°” e sul rovescio “Gerusalemme Santa” attorno a tre melagrane.
Dice J.
A. Thompson: “E’ possibile distinguere su queste monete i cinque anni
della rivolta, dal 66 al 70. Sono particolarmente interessanti quelle scoperte a
Qumran e a Masada. A Qumran sono stati ritrovati pezzi coniati fino al terzo
anno della rivolta; in seguito compaiono delle monete romane. A Masada invece le
monete vanno fino all’anno 5° della rivolta... L’anno 5° è quello della
caduta di Gerusalemme. Sappiamo che Masada resistette fino all’anno 73, ma non
furono più coniate monete dopo l’anno 70”.
Quando poi i Giudei furono vinti e Gerusalemme venne distrutta, i Romani
celebrarono la loro vittoria con una nuova emissione di monete, nell’anno 71.
Esse furono coniate a Roma, come indica la sigla S.C. (“col consenso del Senato”), con chiaro scopo di mortificare gli Ebrei: infatti portano sul rovescio una donna (la Giudea), seduta sotto una palma e guarda a vista da un soldato romano; tutt’attorno c’è la scritta Juedaea Capta, cioè “La Giudea è stata conquistata”
(2. fine)
D. V.