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L’ARCHEOLOGIA E L’APOCALISSE (1) |
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In questo e in un prossimo articolo conosceremo alcune notizie relative alle scoperte archeologiche nelle città dove si trovavano le chiese dell’Asia minore a ciascuna delle quali fu indirizzata una lettera. |
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L’interpretazione dell’Apocalisse L’Apocalisse (da una parola greca che vuol dire Rivelazione) è l’ultimo libro del Nuovo Testamento ed è certamente il più complesso. Sul suo significato sono stati scritti numerosissimi altri libri ed effettuate innumerevoli ricerche. Pur ripromettendoci di esaminare qualche parte dell’Apocalisse soltanto sotto l’aspetto archeologico, vogliamo tuttavia accennare agli orientamenti generali a cui si sono ispirati nel corso dei secoli i suoi studiosi. I criteri di lettura si muovono tra questi due estremi: · Tutte le descrizioni del libro riflettono situazioni reali del tempo dell’autore, il quale le avrebbe trasfigurate in chiave religioso-escatologica (secondo le tecniche del genere letterario apocalittico) per rafforzare la fede dei suoi lettori. · All’inizio del libro, le lettere alle sette chiese, pur riflettendo situazioni reali, riassumono tuttavia la storia della Chiesa dalle origini ai giorni nostri; i capitoli successivi riguardano invece eventi che non si sono ancora compiuti (gli ultimi tempi). Un criterio di lettura più equilibrato ritiene che molti fatti già avvenuti al tempo dello scrittore si potranno ripetere in scala più vasta nei tempi della fine; e che comunque gli insegnamenti dell’Apocalisse sono validi per tutte le epoche della Chiesa e quindi anche per il tempo attuale (T.C. Hammond, Aggiungi alla fede la conoscenza, Edizioni G.B.U., Roma 1994 pp. 300).
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L’isola di Patmos All’inizio del libro l’autore si presenta come Giovanni, e dichiara che quando ricevette la rivelazione che si sta apprestando a scrivere, si trovava confinato nell’isola di Patmos, condannato all’esilio per aver predicato il Vangelo (Apocalisse 1:9). Patmos è un piccolo isolotto dell’arcipelago del Dodecaneso, a 40 miglia ad occidente di Mileto, sotto la costa dell’attuale Turchia. In effetti la questione dell’esilio-confino è una “interpretazione”. Infatti il testo dice che Giovanni si trovava nell’isola a causa (gr. dia) della Parola di Dio e della testimonianza di Gesù, che potrebbe anche essere inteso: per andarvi a predicare il Vangelo. Ma quest’ipotesi missionaria dovrebbe essere scartata a fronte della tradizione, e soprattutto di testimonianze letterarie, alcune delle quali molto antiche, che parlano di esilio (antiche come quelle di Ireneo di Lione, Tertulliano, Eusebio, Gerolamo). Anche Plinio il Vecchio ricorda che l’isoletta di Patmos era usata come luogo di relegazione per i condannati politici. La relegatio, come pena contemplata dalle leggi di Roma, era comminata secondo precisi criteri connessi alla gravità del reato: deportatio ad metalla (lavoro nelle miniere), deportatio ad opus publicum (opere di pubblica utilità), oppure semplicemente deportatio in insulam (confino). Se si identifica lo scrittore dell’Apocalisse con l’autore del quarto Vangelo e si presume che la relegatio sia avvenuta nel contesto della persecuzione dell’imperatore Domiziano (ultimo decennio del 1° secolo), allora questo Giovanni doveva essere in età oltremodo avanzata. E’ comprensibile quindi che il governatore della provincia d’Asia, riconosciutolo colpevole di propagandare una fede sgradita all’Impero, non lo abbia condannato ai lavori forzati ma si sia limitato semplicemente a deportarlo in un’isoletta tagliata fuori da ogni rotta commerciale. Quanto all’archeologia, si desume dalle evidenze epigrafiche e dai reperti che Patmos fu scarsamente abitata fino al IV sec. a.C. dell’epoca romana e dei primi secoli del cristianesimo non rimane praticamente nulla. Ai visitatori viene mostrato il grande monastero di San Giovanni Teologo, che sorge in un luogo panoramico tra i più suggestivi tra tutte le isole dell’Egeo, e che ospita una biblioteca ricchissima di manoscritti antichi. Ma questo edificio risale soltanto al periodo medioevale. Accanto ad un monastero più piccolo, si può pure visitare una cavità nella roccia che viene presentata come la Santa Grotta dell’Apocalisse dove, tra l’altro, un cerchio di metallo starebbe ad indicare il luogo dove Giovanni posava il capo, ed un risalto naturale sarebbe il tavolo sul quale un discepolo di Giovanni avrebbe scritto sotto dettatura il sacro testo del libro. Ma riguardo all’autenticità di questa grotta non sussiste alcuna prova. |
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Le lettere alle sette chiese dell’Asia All’inizio del libro lo scrittore dice chiaramente che esso è destinato (tutto quanto) “alle sette chiese che sono in Asia” (Apocalisse 1:4). Poi, nei capitoli 2 e 3, si trovano sette lettere indirizzate specificamente proprio a ciascuna di queste sette chiese situate in altrettante città dell’Asia Minore, che sono, nell’ordine: Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia e Laodicea. Ciascuna di esse vi appare con una caratteristica peculiare che così si può riassumere: quella di Efeso è una chiesa che ha perso l’amore; quella di Smirne è perseguitata; Pergamo ha tollerato l’idolatria; Tiatira ha ceduto al compromesso; Sardi è sonnacchiosa; Filadelfia è piccola ma fedele; Laodicea si vanta ma è una chiesa fallita. Le località appaiono in quest’ordine perché si troverebbero lungo un percorso destrorso, una specie di circuito postale.
Questa era l’opinione del famoso studioso Sir William M. Ramsay, che così si
esprime: In questa breve ricerca daremo alcuni ragguagli sugli scavi effettuati nelle varie località, e tenteremo di mettere in relazione con la situazione dell’epoca qualche affermazione contenuta nelle lettere. |
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Qualche orientamento in più si può ricavare dal fatto che nella lettera a Pergamo i Nicolaiti sono associati alla “dottrina di Balaam”. Al riguardo, i capitoli 22- 24 del libro dei Numeri spiegano che Balaam era un profeta il quale, essendo stato incaricato da un re pagano di pronunciare una profezia contro Israele, finì invece per benedirlo. Tuttavia, in Numeri 31:15, Balaam viene accusato di aver convinto gli Israeliti ad accoppiarsi con donne straniere accettandone i culti idolatri. A tale influenza negativa dal sapore immorale e idolatra viene fatto cenno nel Nuovo Testamento in 2 Pietro 2:15 e Giuda 11. |
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Quanto alla destinataria della seconda lettera, SMIRNE, questa città si trovava una cinquantina di km a nord di Efeso. Di antichissime origini, attraversò periodi di grande floridezza; però il suo passato glorioso giace oggi sotto le costruzioni della moderna Izmir — la terza città della Turchia dopo Istanbul e Ankara — e ciò spiega in buona parte la povertà dei reperti archeologici finora noti. Il testo della lettera alla chiesa di Smirne parla di una sinagoga di Giudei, definita come la “sinagoga di satana”. Non sono state trovate tracce di sinagoghe, ma è più che comprensibile che ve ne fosse una, come in gran parte delle città dell’Asia Minore in epoca apostolica. La definizione di quella congregazione come “sinagoga di satana” starebbe a sottolineare l’aspetto esasperatamente ostile dei suoi membri nei riguardi dei cristiani. Possiamo trovare conferma di questo “zelo” fanatico in un resoconto extrabiblico posteriore, che si riferisce al martirio del vescovo Policarpo (circa 167 d.C.). Nel testo si legge che, quando fu deciso che quel cristiano doveva essere bruciato, la popolazione di Smirne si affrettò a raccogliere legna e frasche per il rogo, e “soprattutto, i Giudei, come al solito, si dettero da fare con accanimento” . |
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| Della terza lettera indirizzata a PERGAMO parleremo nel prossimo articolo. | ||
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Proseguiamo ora con la quarta, indirizzata a Tiatira (o TIATIRI). Di questa città romana, dove sostarono anche gli imperatori Adriano e Caracalla, non si vede quasi nulla, essendo le sue rovine ancora nel sottosuolo. Anche se Plinio il Vecchio la considerava una città insignificante (inhonora civitas), dalle iscrizioni rinvenute è emerso che vi si trovavano varie corporazioni di artigiani (sarti, panettieri, conciatori, vasai, lavoratori del lino, venditori di lana, tintori, ramai). Agli artigiani del rame va riferito il termine greco chalkolibanon di Apocalisse 2:18 (che non si trova in alcun altro testo greco se non in Apocalisse 1:15), e che è stato tradotto “terso rame” (Versione Luzzi), “bronzo splendente” (Versione CEI), “bronzo incandescente” (Versione Nuova Riveduta). La corporazione dei tintori e dei venditori di lana ci ricollega invece all’episodio di Lidia, abitante a Filippi ma originaria di Tiatiri, convertitasi per la predicazione di Paolo, che viene definita “commerciante di porpora” (Atti 16:14). Veniva chiamata “porpora” la stoffa di lana tinta con una sostanza rossiccia estratta da molluschi del genere murix. I rapporti tra i membri delle corporazioni artigiane di Tiatira erano cementati da pranzi comuni, durante i quali i partecipanti offrivano sacrifici ai loro dèi protettori. Questa pratica sociale di stampo pagano probabilmente veniva tollerata da qualche cristiano, che ne era stato incoraggiato dall’esempio di una donna influente, chiamata simbolicamente Jezabel, la quale a sua volta si era lasciata irretire dall’insegnamento di quei Nicolaiti di cui abbiamo parlato in precedenza. Il nome Jezabel richiama un personaggio perverso dell’Antico Testamento, cioè la regina di origine fenicia, andata sposa al re d’Israele Achab, che indusse il marito e i suoi sudditi all’idolatria e alla persecuzione dei profeti di Yahweh (1 Re 16:29 e seguenti; 1 Re 21; 2 Re 9:30 e seguenti). |
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Vediamo ora la quinta lettera, indirizzata alla chiesa di SARDI, accusata di essere spiritualmente “morta”. La città di Sardi, all’epoca dell’ascesa dei Persiani, era capitale della Lidia e divenne famosa per le ricchezze del suo re Creso. Durante l’impero degli Achemenidi costituiva un nodo strategico e commerciale di primaria importanza. Nel 17 d.C. fu devastata da un violento terremoto; ma, pur non riprendendosi completamente, riuscì a conservare il ruolo di nodo commerciale importante. A Sardi iniziò a lavorare, a partire dal 1910, una missione archeologica dell’Università di Princeton, che si dedicò particolarmente al tempio di Artemide. Gli scavi sono stati ripresi nel 1958, portando gradatamente alla luce i resti di una grande sinagoga del III secolo d.C. e di un ginnasio, di enormi dimensioni. I due edifici, che sorgevano uno accanto all’altro, sono stati di recente ricostruiti dagli archeologi con uno dei programmi di restauro fra i più grandiosi di tutta la Turchia. Secondo il Rinaldi “la sinagoga di Sardi, la più grande che sia mai stata riportata alla luce, costituisce oggi l’evidenza archeologica più significativa delle presenze giudaiche nell’Asia romana” (Rinaldi, Le sette chiese dell’Apocalisse, Napoli 1984). Comunque, che a Sardi ci fosse una fiorente comunità di Ebrei è attestato anche da Flavio Giuseppe (Antichità giudaiche, XVI, 171). Pertanto, potrebbe essere stato proprio tale consistente gruppo giudaico ad ostacolare il progresso del Vangelo in quella città, fino a portare il nucleo cristiano ad afflosciarsi su sé stesso, e a trascorrere la sua esistenza senza più né zelo né entusiasmo. Se quest’ipotesi fosse vera, potrebbe chiarirci allora il significato del grave rimprovero contenuto nella lettera: “Io conosco le tue opere: tu hai fama di vivere ma sei morto. Sii vigilante e rafforza il resto che sta per morire.” (Apocalisse 3:2, 3). |
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La lettera successiva, la sesta, è indirizzata alla comunità di FILADELFIA. Trattandosi di una lettera piena di elogi per un gruppo di credenti esiguo ma fedele, è comprensibile come molti movimenti cristiani, nel corso della lunga storia della Chiesa, abbiano creduto di potervisi riconoscere.
Quanto alla città di Filadelfia, nel corso dei secoli fu più volte distrutta
dai terremoti e ricostruita, ed oggi è ridotta ad un centro agricolo privo
di particolari attrattive. Dell’esistenza di una sinagoga a Filadelfia abbiamo notizie da un’iscrizione del III secolo, ed anche il Padre della Chiesa Ignazio d’Antiochia (morto nel 116), ne aveva parlato in una lettera indirizzata appunto ai credenti di Filadelfia.
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(1. continua) D. V. |